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Venerdì 18 Maggio 2012
  • 10-10-2011 - INTERVISTA AI NUOVI SALESIANI
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Benvenuto a don Francesco e don Giorgio - Foto

Benvenuto a don Francesco e don Giorgio - Foto
Don Francesco e don Giorgio

VASTO -  Don Francesco Pampinella, parroco e direttore, e don Giorgio Zazza, incaricato all'Oratorio, sono i due sacerdoti arrivati a settembre nella comunità salesiana di Vasto. Seguono le orme di tanti sacerdoti che nei decenni di storia di questa realtà sono stati il punto di riferimento di una comunità cresciuta a dismisura e di un oratorio che attira centinaia di ragazzi. Li abbiamo intervistati per conoscerli meglio all'inizio di questo percorso, nuovo per loro e per la comunità che li accoglie.

Perché la  scelta di diventare salesiani e sacerdoti?
Don Giorgio
- I sacerdoti sono sempre stati presenti a casa mia. A Roma la mia famiglia abita nella zona in cui ci sono l'Università pontificia salesiana (Ups), a cui fa capo la parrocchia, e a 5 minuti c'è la Casa generalizia delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Il primo salesiano che ho conosciuto si chiamava don Quarello, ed era professore all'università salesian. Ed è stato lui che mi ha fatto entrare all'asilo dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. Ricordo che la prima volta che formulai l'ipotesi di fare il sacerdote avevo 9 anni. Ero in montagna e a chi mi chiese "cosa vuoi fare da grande" diedi due risposte:  "O faccio quello che fa papà, cioè lavorare in banca, o mi faccio prete". E lì fondamentalmente è stata la prima volta.

Nel corso della mia vita poi ho conosciuto tanti salesiani e la cosa che mi colpì da subito era che stavano tranquillamente in mezzo a noi ragazzi. La figura del prete mi incuriosiva, mi piaceva, anche se alcune cose mi hanno anche portato ad allontanarmi dal voler essere sacerdote, soprattutto nel periodo dell'adolescenza. Continuavo a stimarli ma mi dicevo "non fa per me". Essendo cresciuto in ambiente salesiano non ho mai fatto la differenza tra cosa vuol dire essere salesiano ed essere prete, fino a quando a 27 anni non sono entrato in noviziato. Ho capito con maggior convinzione  il senso della vita religiosa, essere salesiano, alla fine dell'anno di noviziato. L'essere un religioso ti fa vivere la propria vita e il rapporto con Dio in maniera unica, che non è neanche del sacerdozio.

C'è una relazione di intimità, di priorità del rapporto con Dio, un assimilamento alla vita di Gesù che per il sacerdote è diversa. Quando eravamo piccoli, mio padre leggeva a me e mia sorella la vita dei santi, in particolare di quelli salesiani. L'aspetto educativo dei giovani è sempre stato un aspetto che mi sono portato dietro. Finito il liceo il mio scopo era lavorare in comunità di recupero, in case famiglia e così all'università scelsi Scienze dell'educazione. Poi ci sono tante cose della vita che il Signore fa convergere. Il mistero di salvezza che passa attraverso l'azione sacramentale è qualcosa a cui uno si sente chiamato. E' chiaro che uno ha anche dei dubbi, anche prima dell'ordinazione, ma mi sono detto:  se anche per un solo giovane posso essere uno strumento tramite il quale il Signore arriva nella sua vita e lo incontrasarò contento della mia esistenza”.

Don Francesco- Sono cresciuto nell’oratorio salesiano di Civitavecchia, dall'età di sei anni, passando per tutte le tappa.  Da "animato" ad animatore, poi ho iniziato anche con i servizi in parrocchia come la Caritas, etc… Quindi è una vocazione che è nata e cresciuta in cortile, fino a quando, per un mistero che il Signore ti dona, senti che quello che fai per alcune ore al giorno lo vuoi fare per tutta la vita mettendoti a servizio di Dio e dei ragazzi con Don Bosco per sempre.

E' stata una cosa che è cresciuta con il passare degli anni, non senza difficoltà. La cosa particolare, che mi piace sottolineare è che in cortile ci hanno educato gli ex-allievi più che i religiosi. Credo sia un aspetto importante da sottolineare per affermare la bellezza e l'importanza della presenza dei laici nell'educazione dei ragazzi.

Siete qui da un mese. Qual è la prima immagine che vi viene in mente pensando al vostro arrivo a Vasto?
Don Gio - Sono arrivato per la prima volta il 6 settembre, per una giornata, quando c'era ancora don Simone Calvano, che mi ha mostrato gli ambienti. La prima cosa che ho visto è che c'erano tanti ragazzi che giocavano quella mattina. Mi avevano già mi avevano detto che qui c'erano tanti di giovani, ma averli visti lì è stato sicuramente bello. Ecco, i grandi spazi e i tanti ragazzi sono le cose che ricordo del primo giorno. Poi, il giorno in cui mi sono stabilito, ho ricevuto un'accoglienza molto calda. Sono sceso in cortile verso le 4 del pomeriggio e, a parte la quantità di giovani che c'erano, sono rimasto colpito dalla grande disponibilità che ancora oggi continuo a sperimentare. Sono contento nel ricevere tante piccole attenzioni che non sono poi così scontate.

Don Fra
- La prima impressione sono le persone, sia i giovani che i meno giovani. I primi giorni ero un po' disorientato, trovandomi in un ambiente nuovo. Ho ricevuto un'accoglienza affettuosa, familiare, come se fossi già stato qui in passato. Ho trovato un ambiente accogliente nella semplicità. Ecco, è legato alle persone il ricordo. E' il primo ed il più bello.

Il primo anno sarà sicuramente dedicato alla scoperta e alla conoscenza della nuova realtà. Ci sono però delle cose su cui volete puntare sin da subito?
Don Fra
-Oltre alle cose solite, che diciamo "fanno parte" dell'essere parroco,  proprio per una mia caratteristica ci tengo molto al rapporto personale, all'incontro con l'altro. Adoro l'incontro con le persone, e sarà la cosa su cui in maniera spontanea e istintiva mi dedicherò. Sicuramente, nella mia azione, ci saranno le persone al centro.

Don Gio
- Io sono molto meno immediato nella relazione rispetto a don Francesco, però rimane un elemento fondamentale. Ho più esperienza di centro giovanile e con i giovani, quindi mi sento meno immediato nella relazione con  gli adulti, ma non per questo tralascerò questo aspetto. Credo sia fondamentale avere una corresponsabilità nel portare avanti la missione, che non significa che tutti fanno le stesse cose. Tutti sono ugualmente importanti per realizzare la Missione. I laici sono essenziali nell'essere quell'Oratorio che è attento ai giovani così come la pensava don Bosco.

L'oratorio di Vasto è caratterizzato da una forte presenza dei gruppi, ognuno con una sua identità ben specifica. Quanto questo può essere d'aiuto nel portare un messaggio comune, che è quello del Vangelo e di Don Bosco e quanto, invece può essere un freno?
Don Gio -  Sono sempre stato convinto e sono convinto che la diversità è un'opportunità e non un problema. Al di là della frasi fatte, io ho sperimentato questo: della diversità bisogna mettere sempre in risalto quegli elementi che aiutano ad avere una realtà più bella e più ricca. Se uno si arrocca sulle proprie caratteristiche, priorità, punti di vista, diventa difficile e problematico. E questo vale a tutti i livelli, per le persone, perché ognuno ha le sue caratteristiche, come per i gruppi. Se invece ci si sbilancia su quello che è un orizzonte comune, e l'orizzonte comune è educare nello stile di Don Bosco, ognuno può vedere cosa ha di originale da proporre. Allora le diversità diventano delle potenzialità, che devono imparare a sapersi rispettare, a saper camminare insieme.

Ad oggi, a Vasto, ci sono diversi parroci giovani. Che vantaggio può trarne tutta la città? Vi troverete per trovare delle linee comuni tra le parrocchie?
Don Fra
- Ho incontrato gli altri parroci in occasione della Festa di San Michele e nell'incontro pastorale che abbiamo avuto e la prima impressione che ho avuto è senz'altro positiva. Mi sembra ci sia la voglia di collaborare e di condividere, e già in qualche modo si fa. E certamente, da parte nostra, c'è il desiderio di aprirsi di più alla Diocesi, cercare di partecipare di più agli incontri proposti dal Vescovo. Credo sia giusto come parrocchia partecipare, non tanto perché dobbiamo, ma perché è una ricchezza per tutti, non solo per noi, ma anche per quelli che ci incontreranno e ci conosceranno. Tra i parroci, quelli giovani ma anche quelli meno giovani, mi sembra di vedere una buona intesa, con persone che hanno voglia di collaborare per il bene dei giovani e della gente che c'è qui a Vasto.

Quali saranno le principali attenzioni per la Parrocchia S.Giovanni Bosco?
Don Fra - Per me è tutto nuovo perché sono sempre stato in cortile. Al più presto riunirò il Consiglio pastorale, per ascoltare, capire e cercare di lavorare per le esigenze più sentite. Il nostro carisma ci porta a guardare verso i giovani, quindi a rivolgere a loro le maggiori attenzioni. Ma giovani, vuol dire anche le giovani famiglie, le giovani mamme e papà, i nonni. Sarà un'azione pastorale che coinvolgerà tutti.

Arrivando qui avete lasciato delle esperienze significative, in cui vi siete spesi per tanti anni. Cosa vi manca?
Don Fra - Sinceramente non mi manca niente. Sto bene, anche perché caratterialmente, nel cammino che ho fatto, vivo molto al presente. E' chiaro che se penso a Genzano mi fa piacere ricordare alcuni volti amici, persone a cui voglio bene, ma non con nostalgia. Abbiamo una bella comunità, nell'ambiente ho trovato persone squisite, con cui si dialoga bene. Forse mi manca un po' di tempo, perché sono abituato, per poi essere disponibile pienamente agli altri, ad avere ogni tanto una mezza giornata di stacco, per ricaricarmi ed essere pienamente disponibile al servizio di tuttii. Ecco, questo non ancora c'è stato, ma va bene così.

Don Gio - Sicuramente mi manca la quotidianità di alcuni rapporti, ma credo che questo faccia parte del "gioco". Se quando me ne vado da un posto mi dispiace andarmene vuol dire non ho perso tempo. Ma mi dispiace perché lasci oggettivamente della modalità di rapporto. Persone con cui eri abituato a rapportarti tutti i giorni, di colpo non le vedi più. E poi sono convinto che le persone non sono sostituibili. Ma non vuol dire che non c'è posto per altri, anzi, è tutto il contrario. Nei primi tempi la ricetta è vivere bene le situazioni che si presentano giorno dopo giorno.

Giuseppe Ritucci

fotoservizio di Stefano Alfieri


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