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Don Antonio, parroco: "Natale, giorno di fraternità universale"

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VASTO – “Vi annunzio una grande gioia, è nato per voi il Salvatore. Troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E’ il racconto del Vangelo, che narra di Angeli che appaiono ai pastori, gente semplice e piena di fede in Dio, per invitarli ad andare a Betlemme, il luogo dove in una grotta è nato Gesù, il Salvatore dell’umanità. Natale ci ricorda il grande amore di Dio per ogni persona e per l’umanità intera: “Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da donarci il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui, non muoia, ma abbia la vita eterna”. Ci dice la Sacra Scrittura, che è la Parola di Dio rivelata all’uomo “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama”: ancora la voce degli Angeli ci esorta ad alzare il nostro sguardo verso il cielo, per glorificare, lodare, ringraziare il Dio della nostra salvezza che si rende visibile nella persona di Gesù, il Figlio di Dio che prende un corpo umano per mezzo di Maria di Nazareth, che diviene Ella stessa “madre di Dio” come la celebriamo nella liturgia del primo gennaio. “A partire da Betlemme – ci ricorda Papa Benedetto XVI – una scia di luce, di amore e di verità pervade i secoli”. E penso alla luce di Betlemme che con tanta difficoltà enonda ancora oggi le strade buie delle città e dei paesi terremotati del nostro Abruzzo, che da quel terribile 6 aprile 2009, in modo particolare nei luoghi del Cratere, con tanta difficoltà riescono ancora oggi a separare la luce della speranza dalle tenebre dello sconforto più profondo, se non della disperazione, avendo perso tutto ciò che avevano per vivere e per guardare con un bricciolo di ottimismo verso il futuro personale e collettivo. La luce di Betlemme e i tanti bambini poveri e malnutriti, vittime della violenza e del sopruso, senza speranza perché senza cultura; malvestiti e sporchi già nel profondo della loro anima dissacrata da tante malvessazioni e ingiustizie. Il Dio dell’amore di Betlemme soffre, in realtà, patimenti di ogni genere nell’umanità piena di dolori, di sofferenze, di angoscia e di mistero. Penso alla innumerevole schiera di “barboni” o “clochards” che affollano le nostre città e quelle più progredite dell’Europa opulenta e grassa, sazia di sé e del proprio benessere, che non vuole essere in nessuno modo messa in discussione, desiderosa soltanto di bere al calice del proprio benessere, ignara di coloro che muoiono di freddo avvolti nei cartoni lungo le strade, sui marciapiedi delle stazioni o nelle sontuose metropolitane cittadine. Uomini e donne disperati, ammalati nel corpo e nello spirito, assistiti soltanto da gruppi di volontari che rinunciano ben volentieri alle loro vacanze per essere accanto a questi volti straziati e disfatti dalla sofferenza. E’ il loro Natale dal volto umano e dal cuore grande. E’ possibile vivere oggi un Natale diverso? Senza sfrontatezza di lusso e ostentazione di benessere portata fino al parossismo del godimento o della soddisfazione esteriore la più ricercata? Penso che non sia soltanto possibile, ma anche strettamente e rigorosamente necessario. I pastori riconoscono Gesù poiché è avvolto, come preannunciato dagli Angeli, in “miseri panni”. Quelli indossati da Gesù bambino sono poveri, particolari di vestiti e di abbigliamento senza ostentazione di sé, pur essendo Gesù sempre il Dio che si è incarnato in una povera carne umana. Egli è riscaldato sempre dal genuino sorriso della sua Betlemme della madre sia a Betlemme dove nasce sia nella casa di Nazareth dove andrà a vivere e dove era già avvenuta l’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele che aveva detto alla Vergine Maria: “lo Spirito Santo scenderà su di te” e “la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra”; “colui che nascerà sarà Santo e chiamato figlio di Dio”. “Nulla, infatti, conclude l’Angelo, è impossibile al Signore”, anche che “le pietre diventino pane”; come anche fare della Babele umana una “celeste Gerusalemme” e una casa degna di accoglienza per tutti. E’ necessario vivere la nuova realtà dell’oggi sempre sorretti dalla fede natalizia del Dio dell’amore e della misericordia, nella certezza di una pace possibile anche tra israeliani e palestinesi; tra tribù rivali dell’Africa o dell’India o del Pakistan; e nella speranza che è possibile liberarsi dall’insolenza come motto costante di pensare o di agire, rivendicando diritti inesistenti, pur di scavare un solco profondo di rivendicazioni e di odio senza eguali nel corso della storia umana; e di realizzare una forte e necessaria capacità di accoglienza e di tolleranza tra gli uomini, fino ad una vera e propria ospitalità reciproca. Non può essere la miseria l’emblema più appariscente della ricchezza della società; o il decadimento morale il segno dell’avvenuto raggiungimento di un degrado personale e sociale. Ogni Natale vuole essere ancora una volta il segno della giovinezza di Dio che torna ad esprimersi in modo sempre nuovo e uguale allo stesso tempo. All’uomo stanco Gesù dona la forza della sopravvivenza, all’uomo sfiduciato gli ridona la capacità di sorridere ancora di fronte alle grandi miserie umane frutto di un egoismo senza limiti che avvolge l’esistenza umana e strangola ogni capacità di bene. La giovinezza e il sorriso di Dio che devono essere per tutti non una “bella favola natalizia” come ricorda anche il Papa tedesco, ma una realtà vera che dona forza e sorriso anche ai tanti bimbi ammalati e bisognosi di cure, in Europa come in Africa o in America Latina, o altrove, ovunque c’è miseria e disperazione umana. E il Dio che viene tra noi nella persona del bambino Gesù deve essere per tutti aurora di un mondo nuovo, in una società nuova, in un cuore umano capace di accoglienza, pace, di solidarietà e di amicizia reciproca. E’ il Natale che auguro a tutti, al di sopra anche di ogni segno religioso e umano .

Don Antonio Bevilacqua
parroco San Lorenzo Martire Vasto

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