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Federica, studentessa al "Mattei": ho visto la povertà dell'Africa

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VASTO – E’ una studentessa della 5^ A del Liceo scientifico tecnologico Mattei di Vasto, Federica Di Pietro, a raccontare a vastoweb la sua esperienza a Nairobi, nel Kenya dai mille contrasti, tra ricchezza e povertà estrema. Pubblichiamo il resoconto della sua esperienza, raccontata in un reportage che Federica ha scritto per il giornale della scuola. 

“Poco meno di 7000 chilometri, poco più di 8 ore di volo per giungere in Kenya, con destinazione Nairobi, la capitale, che si presenta con grandi palazzi e alberghi, strade asfaltate, gran frastuono di automobili, smog asfissiante. Allontanandoci dalla città, iniziano a comparire capanne di legno, scompare l’asfalto, l’auto sobbalza ad ogni buca, appare la terra rossa. Si fa sempre più denso il passeggio dei kenioti, di chi a passo svelto torna a casa prima del tramonto, carico di legna o acqua potabile distribuita a chilometri di distanza. I matato, piccoli furgoncini stracolmi di persone paragonabili ai nostri autobus di linea, diventano più rari. Il buio avvolge le fitte foreste costellate di luci che illuminano le capanne nascoste dalla vegetazione. Attraversiamo l’equatore per raggiungere Tuuru, un piccolo villaggio, lo spettacolo è unico: su un versante tramonta il sole trascinandosi dietro l’abbagliante arancio, sull’altro è già alta la luna, circondata da stelle che occupano il cielo ormai scuro. Per strada incontriamo grandi mercati, che regalano una policromia data dai forti colori dei frutti distesi su casse di legna intrecciata, che spezzano la monotonia dei colori della rossastra terra, arida e spinosa. Casette a ridosso della strada con bambini che vi giocano davanti, mucche che attingono acqua in una pozza, la stessa che per pranzo o cena disseterà anche gli uomini. Di giorno, sulle colline si intravedono donne piegate a 90° nel coltivare piccoli terreni e si incontrano bambini che portano chili di legna sulla schiena o qualche recipiente vuoto da riempire con acqua potabile distribuita dalle autocisterne; gli uomini bivaccano sui cigli delle strade masticando erba. Di sera, poi, si sente in lontananza sempre un gran frastuono, tra balli e musiche etniche. C’è poi quella realtà invisibile che non è dato conoscere: bambini denutriti abbandonati in foresta, donne e uomini malati di poliomielite, bimbi sui cui occhi scorre la sigla Hiv, madri che partoriscono figli il cui peso fatica a raggiungere il chilo. Acqua assente, luce ancora lontana dai più sperduti villaggi, eppure, passando per strada, ti senti avvolta da questa giocosità, vivacità con cui vivono tra mille difficoltà che, senza dubbio, deriva da una totale rassegnazione e inconsapevolezza di migliorare, che ti fa dimenticare di essere complice di questa arretratezza. Giochi di colore, sofferenza, frastuono, sono parte integrante di questo paese in cui convivono due realtà opposte e parallele. Passando per Nairobi, in una delle più trafficate strade, infatti, si affacciano su un lato i grandi alberghi, sull’altro interminabili bidonville; attraversano insieme la strada, allo scattare del verde del semaforo, il ricco politico o impiegato e il povero masai, che sposta il suo gregge alla ricerca di cibo”. 

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