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Punta Penna tra natura e fabbriche, quale futuro per il quartiere?

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VASTO – Molto spesso ai margini della città le periferie urbane sono da sempre considerate semplici ammassi di alloggi abbandonati al loro destino, ma guai a parlare di un loro attento recupero, solo pochi casi sull’intero territorio nazionale hanno scelto questa strada, peraltro anche quella più civile. Recuperare e riorganizzare, sono voci fuori da ogni bilancio e da ogni bel parlare politichese, cosi le periferie lentamente cadono vittima di un degrado, vengono etichettati coloro che vi abitano, come se fosse una colpa viverci, e considerati cittadini di serie B, che calcisticamente parlando significa essere ad un passo dalla vetta, ma nella vita di tutti i giorni, a volte piena di bei discorsi proclamati con l’aiuto della signora dei salotti, la televisione, significa essere considerati il nulla.

L’estrema periferia nord della città di Vasto non è certamente lontana da questo quadretto, verrebbe da dire una natura morta. Basta salire in macchina e recarsi nella zona di Punta Penna per rendersene conto, quartiere abbandonato a ridosso di una zona industriale che negli anni si è espansa, ma la cui crescita non ha certo funzionato da volano per coloro che abitano nella stupenda cornice paesaggistica della Vasto dal color pastello, quella di tante cartoline che le edicole espongono l’estate e a volte ci capita anche qualche volto conosciuto.

L’abbandono lo senti come entri: capannoni e capannoni, alcuni dei quali lasciati all’incuria implacabile del tempo si fanno spazio tra strade abbandonate e dissestate, su una collina, che mira lo sguardo al cristallino mare Adriatico e al sottostante porto, un conglomerato di case. Si tratta di abitazioni figlie del umiliante concetto di edilizia popolare.

L’edilizia dei quartieri 167 in onore, ma sarebbe meglio dire in disonore, della legge che ne ha permesso la realizzazione. Per carità, si riconosce il tentativo di dare una casa a tutti, ma si parla troppo poco dell’assenza quasi totale di una politica di assistenza negli anni. Lo sguardo cade subito ad un piccolo campo di pallone ai margini della locale chiesa; tra le erbacce che rigogliose crescono tutt’attorno ci sono due semplicissime porte da calcio e un tappeto d’erba fatto di buche, dove giocare è impossibile e poi ci sono le reti per fermare il pallone nell’atto del tanto atteso gol, sono reti da pesca che quasi sicuramente i residenti hanno sistemato, e allora viene da domandarsi: “Quale futuro per questa zona?”. 

E’ bello parlare di integrazione e di progetti  per i giovani, ma se poi esistono queste situazioni  restare allibiti è la prima sensazione che si ha. Ai limiti del rettangolo di gioco due altalene, la cui figura non è nuova, si tratta di strutture ludiche di fortuna recuperate da qualche altra parte. Viene da immaginare che ragazzi che hanno bisogno di prendere un autobus devono aspettare da qualche parte, in un angolo si trova una pensilina: lamiere saldate e risaldate negli anni e sotto una panchina, questa volta non ci sono dubbi, una volta facevano bella figura sul lungomare di Vasto Marina, adesso sono state riutilizzate per altri cittadini, riutilizzate e non acquistate per essere collocate nel quartiere. Strade mulattiera che portano lungo una salitella all’abitato, pericolose sia a salire che a scendere. Profonde fenditure le squarciano, segno che il terreno si muove e che un intervento è necessario.

Totale assenza di comodi marciapiedi, desolante fin qui il quadretto che si ha davanti. In questo scenario è facile sondare tutto il rancore che gli abitanti hanno verso le istituzioni responsabili e le amministrazioni comunali di oggi e del passato, che con lo stile tutto italiano del promettere e poi del dimenticare altrettanto facilmente, dello scaricabarile, li hanno lasciati soli, si sono affacciati solo per la disgustosa pratica di barattare promesse per voti elettorali: è questa la dichiarazione che chiunque registrerà chiedendo ai residenti, che in passato hanno protestato più volte anche con l’Ater, l’ente che gestisce le case popolari. Sicuramente una situazione che non si può sistemare dall’oggi al domani, ma come disse un saggio: “Chi ben comincia è a metà dell’opera”.  E’ impossibile non parlarne, se si ha senso civico. E a volte la presa di coscienza è il miglior motore per il cambiamento.

Emanuele La Verghetta

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