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Vasto in musica/7: "La fame di Camilla", la band che colpisce l'anima

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VASTO– Puntata speciale per la nostra rubrica Vasto in Musica. Cogliamo l’occasione del concerto de La fame di Camilla, organizzato da Sideshow al Beat Cafe di San Salvo Marina, per un’intervista con Ermal Meta, il cantante di questa band che sta conquistando la scena musicale italiana.

Se ti dico che il vostro percorso  ricorda un po’ quello dei Negramaro (provenienza dalla Puglia, tante serate, notorietà con Sanremo ed esplosione), cosa mi rispondi?
Io credo che ogni gruppo abbia il suo percorso, difficilmente due percorsi si assomigliano, perché ognuno segue la propria strada. Penso che i Negramaro abbiano fatto il loro percorso, sicuramente straordinario, ma è il loro. Io spero che La fame di Camilla faccia il proprio percorso e crei il modo di far “correre” il proprio futuro. Magari riuscissimo a fare le tante cose che hanno fatto i Negramaro! Battute a parte, sono davvero convinto che ogni realtà deve crearsi il proprio percorso, senza che questo debba assomigliare a quello fatto da altri.

Che emozione vi da sentire tanti ragazzi che sanno a memoria le vostre canzoni e le cantano insieme a voi?
E’ una soddisfazione immensa. Vuol dire che la musica che facciamo ha colpito a tal punto da entrare nella pelle delle persone, che poi la cantano nei concerti. Accade inevitabilmente così: se ascolti una canzone che fai tua, poi la canti. Vuol dire che stiamo facendo bene. Ovviamente non bisogna adagiarsi sugli allori, perché nel mondo della musica non ci sono punti di arrivo ma solo punti di partenza. Ogni cosa diventa uno spunto per partire verso nuove mete, verso nuovi orizzonti.  Ed è molto bello che questo possa avvenire anche attraverso un pubblico che canta le tue canzoni.

Quanta importanza ha avuto la partecipazione  a Sanremo, nonostante la vostra musica non sia proprio in linea con quanto solitamente si sente su quel palco?
A Sanremo eravamo sicuramente degli outsider. Però Sanremo ha una grandissima forza, che è quella di portarti a milioni di persone in soli 4 minuti. Questo ci ha permesso di avere una visibilità notevole. Noi però eravamo pronti a tutto questo: suonavamo già da un po’, eravamo pronti con un disco, eravamo pronti con un live ben rodato. Andare al Festival senza essere pronti è un suicidio (artistico, ovviamente!), perché poi non sei niente. Sei andato a Sanremo, e poi? Non hai niente da dire, non hai niente da condividere con la gente, non hai nulla da rispondere ai giornalisti. Invece La Fame di Camilla, sotto questo punto di vista era preparata, perché abbiamo delle cose da dire e cerchiamo di farlo nel miglior modo possibile. Quindi Sanremo lo abbiamo vissuto come se fosse un altro palco, molto importante, sul quale suonare. Però la visibilità che da Sanremo per noi è stata senza dubbio importante.

Cosa vi resta di questa esperienza?

E’ una tappa che ha determinato un balzo in avanti per quanto riguarda la popolarità, quanta gente che viene a seguire i concerti, ed è importante. Però poi questa popolarità (tra virgolette), la devi saper  mantenere, devi essere in grado di confermare sul campo di battaglia quello che la gente pensa di te, oppure devi far cambiare opinione a chi non pensa bene. E’ ovvio che, trattandosi di musica, i pareri siano discordanti, quindi devi saperti conquistare sul campo quello che credi di meritare, perché nessuno ti regala niente.

Da dove arrivano le storie de La fame di Camilla?
Arrivano dalle esperienze di vita vissuta, da immagini, da situazioni vissute e magari cristallizzate, messe lì da parte. Io quando scrivo un testo cerco di comunicare nel modo più sincero possibile quelle che sono state le mie emozioni. C’è molta sincerità, non sono storie artefatte, scritte a tavolino. Parliamo anche dell’amore, ma in un modo molto particolare.

In alcune delle canzoni canti in albanese, la tua lingua madre. Come è arrivata questa scelta? Discograficamente è apprezzata?
Io sento un legame molto forte con la mia terra, ed è un legame che voglio esprimere anche attraverso la cosa che amo di più, la musica. E non soltanto attraverso note, ma attraverso parole. E’ questo che mi fa scrivere, senza una scelta precisa. Mi metto a scrivere perché sento di volerlo fare, di doverlo fare e lo faccio. E nel momento in cui inizia a prendere forma diventa una canzone.  Poi le etichette discografiche dicono sempre la loro opinione. E noi, come gruppo, cerchiamo di dire la nostra. Siamo convinti, e lo sono stati anche i responsabili dell’etichetta, che in un disco di 13 canzoni ci sta bene una in albanese.

Quali sono i progetti per l’immediato futuro?
Stiamo per iniziare a registrare il nuovo disco, che è già pronto. Si tratta solo di scegliere i brani che comporranno la tracklist, perché abbiamo tanti brani in più, ci sono 40 pezzi tra i quali scegliere. Ovviamente bisogna fare una cernita perché non si può fare un triplo album, quindi dobbiamo scegliere. E quella è la parte più difficile. In questo ci aiuterà l’esperienza di Fabrizio Barbacci, che è il nostro produttore. Noi siamo affezionati a tutte le canzoni e vorremmo sempre metterle tutte!

Se dovessi dare un consiglio a chi cerca di trasformare la musica da una passione ad un lavoro, a chi cerca di affermarsi, così come avete fatto voi, cosa diresti?
Non c’è una formula. Se la sapessi la venderei a caro prezzo! A parte questo posso dire che La Fame di Camilla, sin dall’inizio ha creduto ciecamente in quello che faceva, in maniera quasi religiosa. Direi che La Fame di Camilla è diventata la nostra fede. Questo è molto importante. Quando si è una band, e non un artista singolo – non lo sono mai stato e credo che mai lo sarò, perché suonare in una band è quello che sento da profondo del cuore- , bisogna sentirsi bene umanamente.

Se non c’è un legame umano, se pensi di suonare con una persona soltanto perché è brava, perché ci puoi ricavare qualcosa, può anche essere vero che sia brava, ma non funziona per  niente. E’ un giocattolo che è rotto in partenza. E’ come un bellissimo modellino di aereo a cui manca un pezzo e non può volare. Invece preferisco una macchinina di legno, che è brutta da vedere, ma che funziona. Questo fa la differenza.  Poi  posso dire che non ci siamo mai rifiutati di andare a suonare da nessuna parte. Pur non avendo una lira in tasca, facendo sacrifici immensi, viviamo tuttora su un furgone e  facciamo migliaia di chilometri, anche per pochi soldi. Bisogna andare a suonare dappertutto perché nessuno ti regala niente;  e questo non perché in tempi sono cambiati, è sempre stato difficile fare musica, perché bisogna entrare nel cuore della gente.

Nel cuore della gente ci entri conquistandoli, e non li conquisti con un cd. Ne conquisti una minor parte, ma poi devi andare sul campo a dimostrare quello che vali. Noi abbiamo sempre suonato dappertutto, da quando eravamo indipendenti e non avevamo nessuno che si curasse di noi discograficamente. Se posso dare un consiglio a chi cerca di sfondare, è di dare una forma ai propri sogni e di fare davvero di tutto affinché ciò succeda. Non è mai inutile andare a suonare ovunque, perché poi da cosa nasce cosa.

http://www.lafamedicamilla.com/

Ermal Meta (voce e chitarra)
Dino Rubini (basso)
Giovanni Colatorti (chitarre)
Lele Diana (batteria)

Giuseppe Ritucci – giusepperitucci@yahoo.it

Nella Galleria Fotografica le immagini del concerto al Beat Cafe

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