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Luoghi & Luoghi comuni. Il Natale vastese col "brodo di cardoni"

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VASTO – Luoghi & Luoghi comuni non poteva trascurare il Natale. Luoghi come le cucine vastesi, dove oggi e domani si rinnova il rito della cena di pesce della Vigilia e del pranzo natalizio a base di carne. Luoghi comuni, come le ricette simbolo della tradizione di fine anno. Su tutti il celebre brodo di cardoni con le polpettine, che resiste alle mode perché è una soddisfazione del palato. Semplice, ma irrinunciabile per molti. La rubrica con cui Vastoweb festeggia a modo suo i 300 anni del titolo di città fa tappa in cucina nei giorni dei grandi preparativi. A cura di Francescopaolo D’Adamo.

La mattina di Natale, con qualsiasi tempo, come ogni qualsiasi mattina, mio nonno scendeva all’orto. “Peccà Rusine na da fa Natale pure asse?”  (perché Rosina, l’asino, non deve festeggiare anch’esso il Natale?)
Oltre a svolgere questa mansione, approfittava per “cogliere” i “cardoni”.
Li teneva avvolti in buste di carta molto robusta, spesso le stesse che servivano da sacchi per il cemento dei muratori. Ho letto per quale motivo questi ortaggi si tengono riparati, direi nascosti, dalla luce del sole ma non è questo oggetto di argomento.
Mia nonna aveva già dal mattino iniziato a preparare il brodo di “Gallinaccio” (tacchino) o di “Pellastra” (gallina) che serviva per realizzare il “trionfo” del pranzo di Natale. Il brodo di cardoni. Una pietanza che anticipava (e ancora anticipa) le lasagne, i piatti di carne, i formaggi, i salumi, la frutta (oltre gli immancabili agrumi mio nonno “offriva” l’uva, conservata gelosamente sulla vite e protetta dagli insetti da calze di nylon), i dolci tipici e tutto quello che capitava (noci, mandorle, fichi secchi ecc.), in attesa di una partita all’Asinuccio o, per qualcuno, della … “papagna”.
Quando io arrivavo a casa dei miei nonni e vedevo il “Cardone” a pezzettini nell’acqua, storcevo il naso. Non mi piaceva (e ancora non mi piace) la verdura cotta.
In un angolo c’era sempre la mia bisnonna intenta a porre sulla “spianatora” centinaia di minuscole polpettine di carne da lei preparate che servivano ad arricchire quella minestra. Qui la curiosità, gli odori, forse anche l’orario, cominciavano a stuzzicare l’interesse per quel piatto.
“Sote! Nen zi tocche … li dugge alla fine” (fermo! Non toccare … i dolci alla fine), spesso mi urlavano, se io provavo ad allungare la mano verso una “guantiera” di dolci pieni di bocconotti, raffaioli, tarallini, torroncini eccetera. E così il “brodo” era obbligatorio. Servito in tavola con uovo a stracciatella, le polpettine di cui prima e, a volte, con quadretti di zuppa reale, previa una ricca spolverata di parmigiano, senza tentennamenti affondavo il cucchiaio e …
Alla fine mi leccavo i baffi che allora iniziavano a crescermi.

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