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"Sisma, 2 anni dopo istituzioni assenti": un vastese racconta

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L’AQUILA – Due anni fa era la Domenica delle Palme, una giornata calda e soleggiata, tipicamente primaverile… Esattamente l’opposto di oggi, grigio e piovoso.

Nulla a L’Aquila lasciava presagire l’imminente disastro, malgrado da ben 4 mesi eravamo assediati da continue scosse, le quali nell’ultima settimana erano cresciute di intensità e numero portandosi al quarto grado della scala Richter.

Da tre giorni il terremoto non si faceva vivo, e qualche piccola speranza di interruzione dello sciame cominciava a farsi largo nei pensieri di aquilani e studenti.
Ma ci sbagliavamo.
Alle 3:32 qualcosa di apparentemente non umano interrompe le nostre risa. Una scossa di terremoto di proporzioni gigantesche sussulta, scuote e fa tremare all’inverosimile L’Aquila e il suo comprensorio, per ben 38 secondi.
E’ l’inferno.

Le immagini che frastagliano la mia mente da due anni sono inenarrabili: macerie ovunque, distruzione massima, vistosi crolli, grida, polvere, sirene, feriti, morti.
Tanti, tantissimi amici non ce l’hanno fatta, specialmente nella zona Via XX Settembre, Via Campo di Fossa, Via Sturzo, Via Cola d’Amatrice, dove interi palazzi anni 60 e 70 sono collassati. Una zona dove nei secoli precedenti non si era mai costruito, i Borboni stessi impedivano lì qualsiasi edificazione, a causa dell’instabilità del terreno. Il risultato è una mattanza, solo in quell’isolato oltre 100 morti.
Un’apocalisse indescrivibile, un senso di angoscia e impotenza di fronte alla furia della natura.

E’ lì che tutto si ferma e si arresta, finisce la vita così come la conoscevamo, uccisa da una delle peggiori notti italiane dell’ultimo secolo. Trema, si contorce, crolla.

Da allora, per chi lo ha vissuto, è cominciata un’altra vita, in mezzo a macerie, distruzione, morte, precarietà, lotta, sofferenza, militarizzazione, dispersione sociale, economia al collasso, università dimenticata e vituperata, così come i suoi studenti.

Oggi viviamo una condizione fortemente difficile, con un centro storico quasi interamente transennato e zeppo di macerie, palazzi soltanto puntellati, ricostruzione ancora completamente al palo, un’incomprensibile militarizzazione della città, un batti e ribatti di responsabilità e accuse tra il sindaco Cialente e il presidente della Regione Gianni Chiodi, a cui segue una situazione politica molto traballante.
Ma da studente fuori sede e domiciliato a L’Aquila dal 2004, mi sembra giusto soffermarmi su come le cose siano cambiate per noi universitari nel Capoluogo.

Sin da subito l’Università ha cercato di riorganizzarsi, e già nei giorni successivi alla catastrofe si era tutti a lavoro a Coppito, nell’unico edificio senza danni, per cercare di salvare le carriere degli studenti con pochi PC e qualche cavo.
Ma per tutta la durata di questi due anni, le istituzioni si sono rivelate completamente assenti e non hanno investito in alcun modo nel rilancio della maggiore risorsa di cui L’Aquila poteva disporre: la sua Università e i suoi studenti.

Ancora oggi, a due anni dal disastroso sisma, ci troviamo a far fronte ad una situazione con numerose e particolari criticità.

Come Udu (Unione degli Universitari) abbiamo da sempre portato avanti l’idea “L’Aquila città universitaria” sin da prima del 6 aprile, e oggi la riteniamo ancor di più una priorità assoluta.
E’ fondamentale che sia incarnato il concetto di “cittadinanza studentesca”: l’università e la popolazione studentesca devono essere considerati a tutti gli effetti “cittadini” ed inseriti a pieno titolo nel contesto urbano.

In virtù di questo, è per noi palese il forzato distacco dal centro storico massacrato dalla scossa del 6 aprile, quel centro storico che fino ad allora pullulava di ragazzi e prendeva linfa vitale dalla numerosissima presenza giovanile che rendeva vivo e attivo quel lembo di terra abruzzese (seppure tra i primi dieci centri storici d’Italia per estensione!), e pertanto ci sembra giusto insistere sui concetti sopra citati per non essere esclusi dal contesto cittadino.

Purtroppo Comune de L’Aquila e Regione Abruzzo non sembrano dello stesso avviso.
Le Facoltà sono tutte dislocate lontano dal centro de L’Aquila. Emblematico è il caso di Lettere e Filosofia, di cui faccio parte, confinata a Bazzano a circa 15 km dal Capoluogo. Sono facilmente immaginabili i disagi per gli studenti come me che devono recarsi in Facoltà: in media per raggiungere Bazzano con i mezzi pubblici ci vuole un’ora circa.

I trasporti sono pochi e male organizzati, e lamentiamo principalmente la totale mancanza di trasporti notturni: ormai la città si estende per circa 30 km, e un criterio logistico di trasporto “studentesco” è essenziale anche per ridare un minimo di socialità e aggregazione ad un territorio devastato materialmente e sociologicamente.

Un’ulteriore prova di disinteresse è la scarsissima disponibilità di posti letto pubblici, che potrebbero far fronte all’enorme richiesta abitativa degli studenti. Ad oggi abbiamo a disposizione la sola Residenza Universitaria ex Campomizzi (dove risiedo anch’io), con 250 posti letto circa.

Da tempo, portando sempre alto il nostro slogan “Una caserma in meno, un campus in più”,  chiediamo alla Regione Abruzzo che vengano ristrutturate le restanti palazzine della Campomizzi, che vengano acquisiti anche i posti letto della Scuola Superiore Reiss Romoli (300 posti) e soprattutto che torni in gestione pubblica la Residenza San Carlo Borromeo, donata dalla Regione Lombardia e costruita con fondi FAS quindi pubblici: stralciando ogni accordo secondo il quale la Regione prendeva possesso della struttura affidandolo al suo ente predisposto, ovvero l’ADSU, tale struttura è stata affidata in maniera del tutto illegale alla Curia de L’Aquila, che la gestisce illegalmente e privatisticamente.

Inoltre, siamo convinti sostenitori che non ci sia bisogno di costruire spropositatamente sul territorio usurpandolo ulteriormente; abbiamo già a disposizione edifici e strutture da mettere a disposizione degli studenti, in modo da poter rimediare ad ogni attuale carenza.

Lo abbiamo visto per le Residenze Universitarie, e lo stesso discorso vale per i servizi agli studenti (aule studio, aule informatiche, centri di aggregazione e culturali, biblioteche), in quanto aspettiamo da due anni che la Regione Abruzzo si impegni a ristrutturare la struttura polifunzionale presente nel Polo di Coppito, la quale giace cosparsa di crepe, e che il Comune de L’Aquila si decida ad aprire l’altra struttura polifunzionale donata dal Governo Canadese, sempre nei pressi di Coppito, inaugurata in pompa magna mesi fa ma ancora tristemente CHIUSA.

Per quanto riguarda mense e borse di studio, le cose non sono migliori.
Abbiamo cominciato quest’anno accademico senza le mense universitarie, dopo un anno intero passato a mangiare in dei tendoni che la Asl ha provveduto a chiudere nello scorso mese di Luglio per forti carenze igieniche.

Per ben quattro mesi siamo rimasti senza mense universitarie, costretti a pranzare e cenare con panini e pizze. Come UDU ci siamo mobilitati richiamando l’adesione di tutti gli studenti, organizzando manifestazioni e pranzi autogestiti che hanno visto la comprensione dei disagi anche da parte dell’opinione pubblica. Solo a Gennaio la Regione ha permesso all’Università de L’Aquila di dotarsi nuovamente di un servizio mensa, con dei moduli provvisori posizionati nei poli di Coppito, Ingegneria e Bazzano (Lettere).

Mai come quest’anno la copertura per le borse di studio è stata così scarsa: appena il 22 % di beneficiari, ovvero la misera somma di 600.000 euro messa a disposizione dalla Regione.
Da subito abbiamo avanzato proteste e rivendicazioni, specie dopo essere venuti a conoscenza della tentata rapina che il Presidente Chiodi e l’Assessore Regionale al Diritto allo Studio Gatti stavano per perpetrare ai danni degli studenti aquilani, ovvero la ripartizione del fondo emergenziale di 3 milioni di euro tra tutte e tre le ADSU abruzzesi, in barba alla disposizione ministeriale che prevedeva l’UNICA DESTINAZIONE AQUILANA, proprio per far fronte alla catastrofe del sisma.

Per fortuna questo ladrocinio è stato sventato, anche e soprattutto per le forti e dure critiche piovute dall’Udu e dal Presidente del Consiglio Regionale De Matteis.
A questo si somma l’incontrollabile caro-affitti qui a L’Aquila, dove si arriva a pagare una doppia anche400 euro (motivo in più per chiedere alloggi pubblici). In questo abbiamo duramente contestato il Comune de L’Aquila, il quale si mostra una volta di più inoperoso non riuscendo ad organizzare una Conferenza Servizi (a costo zero) dove si chiede sostanzialmente alla Guardia di Finanza di fare il suo lavoro, ovvero vigilare.

Potrei dilungarmi e parlare anche di cose che ritengo più secondarie, anche se in realtà non lo sono, ma ho preferito soffermarmi su questi punti perchè li ritengo basilari per poter ricominciare ad avere una situazione dignitosa per la popolazione studentesca.
Come potete vedere, nonostante tutto noi siamo ancora qua, a fare a pugni con tutto questo.
Perchè l’amore che ci lega a doppio filo a questa città e a questa terra va oltre qualsiasi cosa, va oltre anche un 6.3 Richter, va oltre anche a chi tenta quotidianamente di toglierci la possibilità di rifare L’Aquila, il capoluogo d’Abruzzo, la città storica, artistica, culturale, e di realizzare quello che da tempo è tra le nostre prerogative, già da molto prima del terremoto:
L’AQUILA CITTA’ UNIVERSITARIA.

Roberto Naccarella
Dedicato a te, L’Aquila bella mè…

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