vastoweb.com - Portale di informazione su Vasto e Abruzzo. Commercio, Servizi, Turismo.

L'Abruzzo nella storia dell'unità d'Italia: appuntamento all'Itis

Più informazioni su

VASTO – Incontro all’Itis Mattei di Vasto sul tema Storie dell’Italia unita: l’Abruzzo. Dallo Statuto Albertino alla Prima Repubblica in un unico grande racconto. Era prevista la partecipazione di Ciriaco De Mita che, per problemi personali, non è potuto essere a Vasto. In ogni caso i due relatori presenti sono di primo livello, il prof. Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, e il prof. Costantino Felice, storico e docente universitario. L’incontro è introdotto dal dirigente scolastico del Mattei, Rocco Ciafarone e moderato da Anna Paola Sabatini.

Prima di lasciare la parola ai due relatori è una studentessa, Arianna Tascone, a leggere un bellissimo tema, accompagnato da immagini e musica, sull’unità d’Italia.

L’incontro si articola seguendo due punti di vista, quello storico e quello linguistico. Molto attenti gli studenti che, al termine degli interventi hanno posto interessanti domande ai due ospiti.

Costantino Felice. “Lo statuto Albertino rimane in vigore dal 1848 al 1948. Nel quadro degli Stati pre-unitari è l’unico che conferisce al Piemonte una forma Costituzionale e Parlamentare. Si può così affermare uno sviluppo moderno capitalistico e liberale. Nel 1861 il reddito pro-capite in Italia è ¼ di quello inglese e 1/3 di quello francese. Dopo cento anni queste differenze si sono sostanzialmente appianate, dimostrando come l’unificazione abbia portato benefici allo sviluppo. C’è oggi una corrente di pensiero che afferma come l’unificazione sia stata un fallimento. E’ soltanto una retorica negativa che costituisce un falso storico.

Il ruolo dell’Abruzzo. Quello dell’Abruzzo è un contributo teorico e culturale. Mi soffermo su due figure. Il primo è Silvio Spaventa, personaggio animato da ideali risorgimentali. Dopo Cavour e Minghetti è il maggior costruttore dello Stato unitario, possiamo definirlo il più grande statista che l’Abruzzo abbia avuto. Poi cito Giuseppe Devincenzi, che fu anche ministro nei primi anni dell’Italia unita.

Parlando di Vasto sottolineo come nel 1860, quando Garibaldi non era ancora entrato a Napoli, tra il 4 e 5 settembre, Silvio Ciccarone instaurò un governo filo-sabaudo e poi, alla guida di 500 uomini volontari, partì per unirsi all’esercito garibaldino.

Anche durante la Resistenza l’apporto degli abruzzesi fu notevole. La Brigata Maiella fu una formazione di volontari partigiani, circa 1500, nata per liberare la nostra regione dai nazi-fascisti. Dopo che nel giugno del 1944 l’Abruzzo fu liberato, la Brigata non si sciolse, ma partì verso il nord Italia, per liberare quelle zone, arrivando a combattere fino ad Asiago. In pratica, questi abruzzesi fecero il contrario della spedizione dei Mille. Partiti dal Sud andarono a liberare il nord”.

Francesco Sabatini.  La lingua italiana è stata fondante per quel movimento che ha portato all’unità dell’Italia.

Oltre che sull’aspetto puramente linguistico gli intellettuali liberali abruzzesi si diedero da fare in prima persona per l’unificazione. Organizzarono un pre-plebiscito di 200 comuni per invitare il re Vittorio Emanuele II a varcare il Tronto e raggiungere Garibaldi. Fu lo scienziato Salvatore Tommasi e farsi promotore del movimento che mise così a tacere la cancellerie europee.  Tutti gli scienziati, i letterati e gli artisti erano a favore dell’unità d’Italia. Ricordiamo il molisano Leopoldo Pilla, che organizzò il battaglione degli studenti dell’università di Pisa e morì combattendo a Curtatone.

Senza una lingua, elaborata dal ‘200, non sarebbe stato possibile creare uno Stato. Ci sono voluti secoli per assestarsi, per unificarsi, con molte difficoltà. Però gli studiosi, alla fine dell’800 si sentivano eredi di una cultura che affondava le sue radici in Dante, Galileo, Volta e tanti altri e poterono così farsi promotori della diffusione dell’italiano.

Al momento dell’unificazione, l’italiano era una lingua parlata del 10% di una popolazione che contava l’80% di analfabeti. O le cose cambiavano o sarebbero stati problemi.  Abbiamo bisogno di una lingua per pensare, soprattutto di fronte a fatti nuovi, improvvisi, complessi. La lingua è un codice condiviso con il quale il nostro cervello fissa i concetti e ci permette di comunicare. I dialetti sono bellissimi, trasmettono emozioni, ma non si sono arricchiti di apporti di altre lingue,  non sono stati usati da scienziati, scrittori.
Possiamo affermare che la lingua italiana è stata salvata dagli uomini del Risorgimento. Abbiamo ricevuto questo strumento in dono, attenzione a non perderlo per pigrizia e incoscienza”.

Giuseppe Ritucci

Più informazioni su