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Fuga da due guerre, a Vasto Hassan con la famiglia

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VASTO – Venerdì un gruppo di rifugiati libici era in trasferimento da Manduria e La Spezia. Durante il viaggio una donna incinta di tre mesi si sente male. Così viene fatta scendere, con la sua famiglia al casello di Vasto, per essere portata in Ospedale. Fino a domani saranno qui, poi dovrebbero ripartire per La Spezia. Siamo andati all’Hotel Lido, dove sono ospitati, assistiti dai Volontari delle Giacche Verdi, per farci raccontare la loro storia.

E’ una storia che parte da lontano, che racconta di una famiglia due volte in fuga dalla guerra. Helnour Hassan e sua moglia Abbaker Gamela, con i loro quattro bambini (più uno in arrivo), sono originari del Darfur, provincia del Sudan martoriata dalla guerra. Si sposano nel 1999 e decidono di fuggire dal loro paese. La Libia è una meta scelta da molti sudanesi, si sta bene, c’è lavoro.

Helnour Hassan lavora come autista dei mezzi nei cantieri. Finchè in Libia non scoppia la rivolta. E loro si trovano in una situazione assurda. In Libia, molti degli originari del Sudan, sono nelle milizie fedeli a Gheddafi. I ribelli, quindi, associano gli uomini di pelle scura ai miliziani di Gheddafi. Dall’altro lato, i fedeli a Gheddafi, rastrellano uomini per farli combattere dalla loro parte.

“Abbiamo passato due mesi senza dormire la notte – ci racconta Hassan – per paura dei controlli notturni dell’esercito. Molti dei nostri amici sono tornati in Sudan. Ma noi veniamo dal Darfur, quindi saremmo dovuti tornare in un paese in guerra”.

Così, la notte del 29 aprile sono partiti da Tripoli, pagando 1500 dollari a testa per lui e la moglie, mentre i bambini non hanno pagato. Sulla barca sono stipate 250 persone, tutti stretti. “Avevo tantissima paura – dice Gamela – i nostri 4 bambini piangevano e hanno pianto fin quando non si sono addormentati per la stanchezza. Poco davanti la costa libica – sottolinea – siamo passati molto vicini ad una portaerei, senza che loro facessero nulla, come se non ci avessero visto. Durante il viaggio abbiamo dovuto buttare tutto in mare, per non affondare. Noi avevamo degli oggetti d’oro, comprati con i i risparmi frutto del lavoro. Abbiamo perso tutto”.

Non sanno neanche loro cosa si devono aspettare da futuro, ma hanno un solo pensiero. “Quello che mi interessa – dice Hassan – è fare in modo che i miei figli possano avere un futuro. Abbiamo preso la decisione di scappare, anche con mia moglia incinta, perchè avevamo troppa paura e perchè vogliamo dare a loro una buona vita. Ora vedremo che succederà”.

I bambini, 3 maschi di 11, 10 e 6 anni, e una bambina di tre, corrono e ridono per i corridoi dell’hotel che li ospita, come se avessero già dimenticato il viaggio terribile che hanno affrontato. I volontari delle Giacche Verdi che li accudiscono e li coccolano fanno fatica a stare dietro alla loro energia. Ma negli occhi dei loro genitori si leggono ancora la paura dei bombardamenti e un forte, opprimente interrogativo sul loro futuro.

Giuseppe Ritucci

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