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Il Ministero dice sì a nuove trivellazioni in Adriatico

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VASTO – “C’è una brutta notizia: è vero che il Ministero ha bloccato l’installazione della piattaforma Elsa 2. Ma proprio ieri ne ha autorizzata un’altra vicino alle Isole Tremiti: la concessione numero 493 ha ottenuto il sì del Ministero dell’Ambiente”. Per questo “siamo dispiaciuti, ma ci sono spazi per protestare e far sentire la nostra voce”.

La novità che torna ad allarmare ambientalisti e pescatori l’annuncia Maria Rita D’Orsogna. Sulla spiaggia di Vasto Marina, la professoressa dell’Università della California e leader abruzzese degli ambientalisti spiega che la battaglia non è ancora finita. E che “ogni centimetro in più da inserire all’interno del parco è un centimetro che viene difeso dall’attacco di petrolieri e speculatori”.

La Costituente Vogliamo il Parco è nel tratto di arenile compreso tra il pontile e la pinetina che si trova a ridosso della Medicina turistica. Il portavoce, Lino Salvatorelli, ringrazia “gli operatori della piccola pesca, che hanno allestito questa meravigliosa location. Ormai sono rimasti gli unici a farci gustare il pesce genuino, con i sapori di una volta”.

E’ di questi giorni la notizia, diffusa proprio dalla D’Orsogna, della bocciatura del progetto Elsa 2, la piattaforma che la Petroceltic Italia avrebbe voluto installare a largo della riserva naturale di Punta Aderci. Salvatorelli mette in guardia dai facili entusiasmi: Ci sono permessi di ricerca che ricadono esattamente dove vogliamo fare il parco” e, in ogni caso, sulla Costa teatina “la legge vieta le industrie insalubri di prima classe”.

La questione fondamentale resta la determinazione dei confini dell’area protetta: “Meglio che li determinino i Comuni. Perché deve farlo un funzionario del Ministero?”. Ma a Vasto non c’è chi vorrebbe includere, come ha fatto Roma nella perimetrazione provvisoria, tutto l’abitato della città e chi vuole inserire nella riserva naturale solo la fascia costiera.

La D’Orsogna, col sorriso sulle labbra che non esclude determinazione, ricorda che l’autorizzazione è relativa alle ricerche: “Prima ci sono le ispezioni”, che vengono realizzate anche con la tecnica dell’air gun, cioè “con forti esplosioni ad aria compressa verso i fondali e analizzando le onde di riflesso per capire la composizione del sottosuolo. Una tecnica che crea danni ai cetacei, ai delfini”. Poi ci sono le trivellazioni, attraverso “il pozzo provvisorio, cui segue quello definitivo”.

“Una legge del 2010 fatta approvare dal ministro Stefania Prestigiacomo – spiega la docente universitaria – dice che da zero a 5 miglia non puoi mettere le trivelle. In presenza di riserve naturali, il limite aumenta a 12 miglia, ossia a 20 chilometri dalla costa. Non è il massimo, ma è sempre qualcosa. E chiediamo che venga rispettata. Vi faccio un esempio: in Sicilia si sono fatte scelte diverse a Gela”, dove ci sono le industrie petrolchimiche, “e a Taormina”, dove si è puntato sul turismo. “Chi ha fatto meglio? La risposta è semplice. Quale turista vuol vedere le piattaforme in mare?”. E allora “dobbiamo darci da fare e rompere le scatole ai politici”.

micheledannunzio@vastoweb.com

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