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Francesco Baccini si racconta: "Una vita controvento"

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VASTO –  Francesco Baccini è l’ospite della prima serata di Spiaggia 101. Il cantautore genovese, nel corso della sua lunga carriera, ha sempre saputo trovare la giusta formula per proporre qualcosa di nuovo e originale.

“Mi devo sorprendere io – ci dice in una piacevole chiacchierata- perché quando scrivi puoi farlo in diversi modi. Ti metti lì, c’è il tuo clichè, fai il tuo lavoro. Puoi fare anche  35 pezzi uguali, ma così non mi diverto. Allora mi piace mettermi in gioco. Nella mia carriera ho fatto tutto e il contrario di tutto. Negli ultimi anni ho fatto addirittura due film nel cinema indipendente, piuttosto che colonne sonore, proprio per cercare di trovare, degli stimoli. Non voglio fare l’impiegato del pianoforte. Dopo 14 album non è così semplice mettersi lì e non cadere nel già detto oppure fare il verso a se stesso”.

Il suo concerto-omaggio a Luigi Tenco è apprezzato da tutti.
Era un rischio andare a toccare un mito. Ho preso 20 canzoni di Luigi Tenco e le ho completamente riarrangiate. Siamo partiti con lo spettacolo da Genova a gennaio. A breve ripartiremo e poi nasceranno anche un cd e anche un dvd. La sfida era prendere il papà di tutti i cantautori e dargli una veste musicale di oggi. Perché Tenco, purtroppo, è stato abbastanza dimenticato, oppure si parla di lui solo per la sua morte a Sanremo, roba da plastico da Bruno Vespa.

Questa morte drammatica, misteriosa, ha schiacciato Tenco artista. Molta gente sa chi era Tenco ,ma non sa cosa cantava, cosa scriveva, cosa diceva. Ho preso le sue canzoni e ho voluto rileggerle dandogli delle sonorità da terzo millennio. A differenza di  De Andrè,  Paoli o altri, che negli anni hanno ripreso le loro canzoni e le hanno riarrangiate, lui non ha avuto questa possibilità. 

Lei è molto legato alla figura del cantautore.
Sarà per la somiglianza fisica, infatti da quando sono piccolo mi chiamano Luigi, sarà per la somiglianza di anime, in questo viaggio ho scoperto una cosa che ha spiazzato anche me. Nella mia parte intima, c’è molto Tenco. È il primo cantautore che ho ascoltato da bambino. Chi viene a vedere questo concerto è come se ci vedesse sovrapposti. E la cosa bella è che i suoi vecchi fan, gli integralisti, vengono e dicono “ho visto Luigi sul palco”, e i miei fan dicono “ho scoperto un artista nuovo”. 

Non è che lui ha scritto solo canzoni tristi, anzi,  ha scritto ballate, pezzi che sembrano degli standard di jazz, anche perché era sicuramente il più musicista tra tutti i cantautori. Lui suonava il sax quindi aveva la mentalità da jazzista, non faceva la canzone solo con il giro di Do.

Perché è importante un’azione di recupero della musica di Tenco?
Credo che  negli ultimi 10-15 anni sia mancato un ponte col passato. Non c’è stato un passaggio del testimone e si sono perse tante cose. Le nuove generazioni vanno a pescare qua e là a caso. Specialmente alle nuove generazioni mancano come dei fondamentali. Non posso dire mi piace il cinema se però non ho mai visto un film di Woody Allen piuttosto che di Marlon Brando. Quindi riproporre Tenco a chi non lo può conoscere è rimettere in circolo questa musica.

E’ un modo perché anche la sua musica diventi nel tempo un qualcosa da conservare?
Nella vita hai dei sogni, il mio sogno era quello di diventare come De Andrè, Paolo Conte, Edoardo Bennato, i cantautori che hanno lasciato un segno del loro passaggio, musicalmente, a livello di testo e come impatto, riconoscibilità. Oggi si tende a dire “se una cosa funziona ne facciamo dieci uguali”.  Io sono 20 anni che navigo controvento, devi avere forza.

De Andrè, con cui eravamo amici diceva: “noi siamo condannati a stupire sempre”, perché se fai un disco che assomiglia al precedente la gente non è soddisfatta. E allora devi metterti lì e reinventarti, ogni volta. Se riascolto il 14 dischi che ho fatto sono assolutamente contento di come sono. Non c’è niente di cui devo pentirmi. In questi anni sono sempre andato controvento, ma devo sempre potermi guardare allo specchio con dignità.

L’esibizione di questa sera è un viaggio attraverso il suo repertorio. Tra i brani c’è In fuga.
Ogni volta che canto questa canzone la gente ha la pelle d’oca. Marco Pantani era un mio amico personale. Ho sempre visto Marco come strano. Quando vinceva era triste. Più che un atleta sembrava un pittore francese. Pantani è stato un capro espiatorio. In quel momento ha spostato l’attenzione su un problema che continua ad esistere. 

Quando è morto mi è uscita questa canzone di getto, dedicata all’amico che non c’è più. Ma lui era amico di tutti, tutti tifavano per lui, andava in montagna come fosse discesa. La sua fine sembra quasi quella di Tenco, sono due personaggi che si somigliano molto. Questa che ho scritto è una canzone che arriva al cuore, allo stomaco.  Credo che ogni canzone deve far nascere un’emozione che diventa collettiva.

Giuseppe Ritucci

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