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Standing ovation: Pupi Avati tra ventricina e una vita da film

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VASTO – “Poi, però, mi alzo perché voglio vedere quello seduto là in fondo”. Il primo applauso, dopo quello canonico della passerella d’ingresso, Pupi Avati lo raccoglie mentre si siede sulla poltrona bucherellata di Palazzo D’Avalos.

Dopo 10 minuti di battute e aneddoti, il Vasto film festival, che era iniziato con tre serate fin troppo soft, ha trovato il suo personaggio. Il regista bolognese si alza e indica la sua camicia blu: “Si vede la macchia? Mi sono macchiato con la vermicina”. Risate. “Come si chiama?”. “Ventricina”, rispondono il pubblico e Maurizio Di Rienzo, il presentatore del week-end conclusivo che, al secondo anno da anchorman della rassegna cinematografica, ha già buona dimestichezza con la tavola vastese.

Il cerchio – “Cerchiamo di fare una serata più divertente di quella della Cortellesi”, esordisce Avati, guadagnandosi subito la simpatia della platea. “Sarà difficile imitare la Santanchè”, aggiunge prima di raccontare storie a raffica. La sua vita ad aneddoti che descrivono tutti la stessa forma: “Il cerchio che si chiude”. Niente succede per caso. Come quando lui, jazzista di successo del gruppo più importante d’Europa, incontra un certo Lucio, che all’inizio è una schiappa, ma poi impara a suonare meglio di lui e gli ruba la scena nei concerti. E allora a Barcellona lo porta fin sopra alla Sagrada Familia per buttarlo di sotto: “Dico davvero. E’ andata così”. Ma poi desiste. “Era Lucio Dalla”.

Così, chiudendo il cerchio della carriera da musicista, comincia l’avventura nel cinema. Che inizia male. “Avevo fatto due film. Due distastri. Ero diventato uno zimbello. Le città di provincia a volte sono tremende. Dopo i due disastri clamorosi, mi ritrovo al bar. A Vasto c’è un bar dove, quando ci passi davanti, ti squadrano dalla testa ai piedi?”. A Bologna “ero in quel bar. A un certo punto, mi chiamano dicendo: Avati, c’è una telefonata da Roma per te. Vai, il telefono è vicino a biliardi. Rispondo al telefono. Un vocione dice: Sono Dino De Laurentiis. Vorrei che tu facessi un film per me. In quel momento, tutto il bar fa partire una pernacchia rivolta a me. Venticinque anni dopo, squilla il telefono. Un vocione dice: Sono Dino De Laurentiis. Chi? Sono Dino De Laurentiis, non mi riconosci? A distanza di 25 anni mi ha chiesto di fare un film con lui. Il cerchio si è chiuso. La vita è tutta così”.

L’identità – Quando sale sul palco ha già assaggiato i piatti vastesi. Lo racconta: “Nei piccoli centri c’è un legame con la tradizione. Abbiamo cenato con prodotti locali, che si mangiano solo qua. L’identità di un territorio. L’identità è stata la mia vita. Ero un ragazzo brutto, quando ero giovane”. Il pubblico ride. “Questa vostra risata non è carina nei miei confronti”. Altra risata e applauso. “Il bello non parla, è sufficiente che guardi. I belli riempiono le sale. Quando non sei bello devi diventare intelligente”.

Michele D’Annunzio – micheledannunzio@vastoweb.com

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