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A memoria, di Filandro Lattanzio e di una mostra conclusa

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VASTO – Inaugurata il 23 aprile, chiude a Vasto la Mostra “ Filandro Lattanzio – Il colore e l’atmosfera”, allestita con cura filologica e con apprezzabile decoro espositivo, col patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Vasto, presso le restaurate sale del Palazzo D’Avalos, nel 25° dalla morte. Non un’antologica, ma espressivi momenti ed esiti di un pittore locale formatosi artisticamente nei primi decenni del novecento a Vasto, vissuto a lungo altrove, a Roma, a Firenze e poi a lungo in Francia, tornato nella città natale nel 1973. Qui continuò a esercitarsi con i suoi pennelli e colori, a figurare i suoi quadri in uno studio-galleria stabilito nei pressi della Via Adriatica (“di fronte all’orizzonte aperto del mare”, dirà), sino alla morte, sopravvenuta nel 1986.

Si dice che Lattanzio iniziò da ragazzo con una cassettina di pochi colori regalatagli. Prese a dipingere cercando di catturare e conservare i chiarori del cielo e le trasparenze del mare, lungo la costa, in prossimità degli antichi trabocchi, una sorta di ‘affaccio’ atavico di pescatori e artisti sul mare, cui si chiede, al tempo stesso, buon pesce per “il brodetto” o impressioni visive, serene e talvolta malinconiche. Privo di pennelli, sembra che dipingesse con le dita, tant’è che la cosa parrebbe spiegare, sia pure per miti, una pittura per grumi e campiture, poco definita nel disegno. Poi, in Francia, la sua tavolozza si fece più decisa, più corposa, utile a raffigurare per se stessa più che per descrivere. Le figure, dagli autoritratti a quelli delle persone cui diede attenzione formale ed anche sentimentale, poi immagine iconica, apparvero per catarsi d’arte più serene e oggettive.  La sua fu un’esperienza intellettuale, prima che artistica, varia e complessa. Partito da un ristretto luogo di provincia, ebbe voglia e capacità di ‘guardarsi in giro’ prima di esprimersi più originalmente con le sue tele.

Come si legge nel Catalogo alla mostra: “…fondamentalmente un autodidatta … ha indagato l’arte dei grandi maestri … Ha studiato Piero Della Francesca, si è emozionato davanti alle opere di Carrà e De Chirico, e sul versante d’oltralpe è rimasto fedele al dettato plastico di Cézanne e dei Cubisti. (…) In Francia … ha la possibilità di affinare la sua tecnica, anche grazie al confronto con i movimenti che hanno rivoluzionato la storia dell’arte, come il Cubismo ed i Fauves. I colori diventano squillanti, energici …, anche se la sua arte rimane nel solco grande della tradizione…, quella delle avanguardie del novecento” (R. Presenza).

Si potrebbe così affermare che nella sua capacità visivo-pittorica assai permeabile ai luoghi e allo studio dei maestri contemporanei e non solo, nel suo ritenersi soddisfatto di “dipingere, e dipingere soltanto”, gli è mancato il dono dell’originalità più netta ed estrosa per essere considerato un vero Maestro nella storia dell’arte del Novecento. Se è vero, non dimeno, che l’arte di Filandro Lattanzio, per la sua qualità pittorica mutante ma indubbia, “è destinata a durare nel tempo” (come scriveva G. Pillon nel recensirlo), occorre dire (e dispiace) che questa esposizione vastese appare in tal senso e in certa misura un’occasione mancata in termini di pubblicizzazione utile e necessaria a far conoscere la sua arte a un pubblico più vasto e più specialistico. Mettere in mostra, anche in spazi ‘nobili’ e di riguardo, non basta a fare, anche in termini turistici, di una mostra un Evento. E nemmeno Cultura, se è vero che questa è frutto di conoscenza, partecipazione e acquisizione di valori da parte di una pluralità ampia di persone.
Insomma: un’esposizione dovuta, un’iniziativa lodevole, ma si deve pensare che è mancata la convinzione di doverla promuovere ulteriormente perché fosse conosciuto ed apprezzato al meglio possibile l’esempio – questo sì magistrale – di un uomo che all’arte della pittura, intesa come quotidiana meditazione ed elaborazione visiva, dedicò una vita intera.

“Sono molto contenta per questa esposizione” – ebbe a dichiarare, all’inaugurazione, Viviane Dutaut – aggiungendo: “Le opere d’arte se restano chiuse in qualche luogo, sono morte. Affinché vivano, devono poter essere guardate da tutti”.

A conclusione, dopo quasi cinque mesi di esposizione (finita in pratica nel silenzio e nell’indifferenza dei più), possiamo dire di aver risposto al meglio a questa oggettiva convinzione e all’implicito auspicio della figlia di Filandro?  Io non credo.

Giuseppe F. Pollutri (critico d’arte)

http://www.youtube.com/watch?v=K5FGGmEzsA4

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