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Centrale a biomasse: è scontro duro

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VASTO – Le posizioni rimangono molto distanti. Ragioni del sì e del no a confronto oggi pomeriggio sulla centrale termoelettrica a biomasse di cui la Regione, col parere favorevole del Comune, ha autorizzato la costruzione a Vasto.

E’ stato un dibattito serrato, con il pubblico partecipe e pronto a rumoreggiare. C’erano attivisti politici, quasi tutti di centrosinistra (unico leader di centrodestra Massimo Desiati), ambientalisti e semplici cittadini. Presenti anche alcuni residenti di Punta Penna, che si sono fatti sentire.

Oggi pomeriggio, alla Multisala del Corso, si sono ritrovati i sostenitori del sì e quelli del no, questi ultimi molto più numerosi tra i circa 200 spettatori che hanno assistito nella sala Alberto Sordi al convegno tra due esperti del settore: Alessandro Casula, del Politecnico di Milano, e Federico Valerio, dell’Istituto tumori di Genova.

Perché sì – Il primo esperto esprime le ragioni del sì. Secondo Casula, le centrali a biomasse “sono uno spillo” perché inquinano “100 volte meno rispetto agli standard di qualità dell’aria”.

L’ingegnere del Politecnico parte da lontano: “Non possiamo sperare che da qui a tot anni si trovi con la bacchetta magica una soluzione all’effetto serra. Due o tre impianti a biomasse non risolvono il problema. Ma due o tre impianti per ogni Comune possono risolverlo. L’obiettivo è arrivare al 20%” di energia elettrica prodotta tramite i combustibili vegetali”. Mentre le immissioni di anidride carbonica non rappresentano “un problema locale, ma globale”.

Su questa frase parte della platea ha cominciato a rumoreggiare. Ne è nato un breve battibecco tra ambientalisti e fautori delle biomasse. L’olio vegetale che alimenterà l’impianto “come ce lo porti, con la cesta?”, grida qualcuno rivolgendosi a Casula e facendo riferimento alla necessità di importare una parte consistente della materia prima.

Il tecnico dell’Università milanese risponde alle critiche affermando che sulle pubblicazioni scientifiche “non ci sono indicazioni di criticità ambientale o sanitaria”. E poi “la tipica taglia degli impianti a biomasse è decisamente piccola, da uno a 10 megawatt, per cui queste centrali non sono nemmeno paragonabili ai grandi impianti che bruciano combustibili fossili. Inoltre non contengono quantità significative di cloro e zolfo, che causano diossina e altri inquinanti”. Nell’ambiente le centrali a biomasse rappresenterebbero una fonte di inquinamento grande come “uno spillo” perché le loro emissioni sono “100 volte inferiori agli standard di qualità dell’aria. Poi si può dire: Noi non vogliamo nemmeno uno spillo, ma questa è un’altra cosa”.

Perché no – Federico Valerio, dell’Istituto tumori di Genova, ha spiegato le ragioni del no, partendo dai dati relativi alla centrale a biomasse di cui è stata autorizzata la costruzione a Punta Penna: “L’impianto sarà attivo per 333 giorni l’anno, con 7mila 922 tonnellate di consumo di olio vegetale. Ognuno dei quattro motori produrrà 5mila 520 chilowatt”. Gli agenti inquinanti immessi nell’aria saranno “ossido di azoto, assido di carbonio, polveri, ammoniaca e carbonio organico”. Il dato più preoccupante, secondo il chimico del centro di ricerca ligure, è rappresentato dai “59,1 chili di azoto che verranno prodotti ogni giorno. Equivalgono a un veicolo pesante diesel da 32 tonnellate che percorre 13mila 251 chilometri. Siamo davvero obbligati a produrre energia elettrica usando i motori diesel?”.

Tra gli altri agenti inquinanti su cui Valerio lancia l’allarme, ci sono “la formazione di polveri sottili secondarie” e “l’accumulo di inquinanti peristenti lungo la catena alimentare nei 15-20 anni di funzionamento dell’impianto. Gli Ipa”, idrocarburi policiclici aromatici, “si concentrano nell’olio d’oliva”, una delle produzioni tipiche del Vastese. Il ciclo produttivo imporrà “uno spreco del 65% dell’energia prodotta”.

Michele D’Annunzio – micheledannunzio@vastoweb.com

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