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L'arcivescovo Forte scrive a Monti: "Ascoltare i cittadini"

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VASTO – Il nuovo Governo sia attento ai bisogni reali della gente e non agli interessi particolari. Monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, scrive al presidente del Consiglio, Mario Monti:

Che cosa è giusto chiedere e aspettarsi dal governo Monti? Ascoltando il Paese reale, fatto in stragrande maggioranza di gente laboriosa e onesta, alle prese con i problemi quotidiani della vita,
vorrei chiedere a questo governo tre cose, che l’autorevolezza e la competenza dei suoi membri mi pare autorizzino a proporre con fiducia. In primo luogo, c’è grande bisogno di verità e di moralità: il
Paese deve sapere come stanno le cose con assoluta trasparenza e deve potersi fidare dell’impegno etico e professionale di chi lo governa.

Questo esige una tensione morale alta, costante e vigile, che metta l’equità al primo posto, cerchi in tutto la giustizia e induca chi governa a dare l’esempio, chiedendo anzitutto a chi è chiamato a legiferare di rinunciare a privilegi e di fare sacrifici in misura anche più alta rispetto a quanto domandato a tutti. Questa temperatura morale – che investe inseparabilmente la dimensione personale e quella sociale e pubblica – ha certamente un costo, arrivando a volte perfino a esigere il coraggio della solitudine: non di una solitudine sprezzante o immotivata, ma di quell’assumersi fino in fondo le proprie responsabilità davanti alla coscienza e alle urgenze del bene comune, che può avvenire solo nel crogiuolo di convinzioni profonde e di un’assoluta libertà da pressioni e interessi forti.

Al Presidente Monti e ai suoi ministri vorrei ricordare i versi che Rainer Maria Rilke dedicò alla solitudine più alta e salvifica, quella del Nazareno: “Si sottrae a quelli cui appartenne… / Lo riprende l’antica solitudine / che lo educò all’opera profonda; / ora tornerà a errare nell’orto degli ulivi, / e chi lo ama fuggirà da lui” (Il libro delle immagini, I, 1). È questo il vero modello cui ispirarsi e a cui affidarsi nelle ore difficili che potranno venire. Una solitudine che va peraltro chiesta a tutti coloro che hanno responsabilità per la casa comune, nella certezza che, quando la nave rischia di affondare, ognuno deve fare la sua parte senza mascherarsi dietro logiche faziose o interessi personali. Senza una simile tensione etica affonderemo tutti.

Una seconda richiesta che ritengo giusto avanzare è quella di tener conto dell’insieme, e cioè dell’unità del Paese in tutte le sue componenti, geografiche, economiche e sociali: sarebbe una vera
sciagura lasciarsi condizionare dalla difesa dei privilegi o delle sicurezze di una parte, non solo per le ricadute negative che questo avrebbe sul bene comune, ma anche per l’ingiustizia che
comporterebbe nei confronti degli altri, specie dei più deboli. “Il Paese non crescerà se non insieme”, affermavano i Vescovi italiani in un importante documento di oltre venti anni fa, dal titolo
significativo: “Chiesa italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà” (1989). E il Presidente Napolitano – che ha saputo essere autorevole e indipendente ago della bilancia in questo tempo non facile – non ha esitato ad affermare più volte: “O questo Paese cresce insieme o non cresce”.

Mentre i governi della “casa comune” europea cercano di agire di concerto e di intervenire a sostegno delle economie più minacciate, sarebbe follia pensare che una parte della Nazione possa avvantaggiarsi attraverso scelte di isolamento e contrapposizione. Analogamente, favorire una componente sociale
a scapito di altre, un’agenzia economica a svantaggio di altre, meno tutelate o più deboli, non solo non gioverà a chi fosse privilegiato, ma finirà col danneggiare tutti. In questa luce, il principio di equità va applicato con assoluto rigore: i sacrifici, chiesti a tutti, andranno distribuiti secondo le possibilità reali di ciascuno. A chi ha molto, sia chiesto di più (ad esempio attraverso una giusta patrimoniale); chi ha poco, sia sostenuto in quanto possiede e promosso nelle possibilità di un miglioramento. È tempo che la logica dell’insieme prevalga decisamente su quella degli interessi legati alla persona o alla singola parte: e se una preferenza va fatta, non c’è dubbio che questa deve essere a favore dei più deboli e svantaggiati. Questo principio sia di ispirazione in tutti i campi, da quello socio-economico, a quello della difesa e promozione della vita in tutte le sue fasi, a quello del servizio alla causa della pace e dello sviluppo dei popoli nell’orizzonte imprescindibile della mondialità e dell’integrazione. In questa luce, vanno salutate con molto favore deleghe quali quelle alla coesione territoriale e all’integrazione.

Solo così il domani potrà essere migliore per tutti. Infine, al Presidente Monti e al suo governo mi sembra giusto chiedere di mantenere alta l’attenzione alla vita reale della gente e vivo il contatto con la base del Paese: la separazione fra politica e Paese reale va considerata una delle ragioni della crisi in cui ci troviamo. Ne è causa certamente anche la legge elettorale, che commissariando di fatto le scelte attraverso i poteri decisionali dei partiti e togliendo ai cittadini la possibilità di esprimere delle preferenze ha favorito la clonazione (per lo più al ribasso) di chi è al potere. Occorre tornare ad ascoltare il mondo del locale e quanti lo interpretano al meglio, perché vi spendono quotidianamente energie, intelligenza e passione umana e civile: il volontariato, la rete delle amministrazioni locali, il tessuto della scuola e della sanità, campi in cui l’investimento è priorità necessaria per un Paese civile.

Bisogna tornare ad avere una rappresentanza politica che sia effettivamente rappresentativa del territorio, delle risorse e dei problemi locali. In questo senso, la riforma del sistema elettorale è un’urgenza largamente sentita. Anche la Chiesa – con la sua rete capillare di presenza e di prossimità – può fare qui la sua parte, non per sostituirsi a chi ha responsabilità di governo o per invaderne in qualche misura il campo, ma per contribuire con la sua esperienza e attenzione alla ricerca di soluzioni eque e di un progresso nella giustizia e nella libertà per tutti. Le tre richieste avanzate non sono certo da poco: sarebbe ingenuo non rendersene conto. Occorre uno sforzo corale, lungimirante, generoso e solidale. Ognuno dovrà fare la sua parte. E per chi crede sarà fondamentale chiedere luce e forza dall’alto. Come cittadino e come pastore, lo faccio di cuore, Presidente Monti, per Lei e il Suo governo di “tecnici”, chiamati a traghettare fuori della crisi quest’Italia, meravigliosa e ferita.

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