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Pensieri e parole di Simone Cristicchi tra musica e teatro

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VASTO – Simone Cristicchi, dai suoi esordi ad oggi, si sta rivelando come un artista davvero completo, capace di passare dalla musica al teatro, dalla scrittura alla radio, sempre regalando emozioni. Ieri è stato protagonista con il suo spettacolo al Teatro Rossetti di Vasto. Nei prossimi mesi sarà ancora in radio, insieme a Nino Frassica, con il programma “Meno male che c’è Radio2”. Poi libri, spettacoli e un nuovo disco. Lo abbiamo incontrato prima della rappresentazione al Rossetti.

Stai girando l’Italia con questo spettacolo. Da dove nasce questo progetto?
Per me è stato come un po’ ricominciare da capo. Ho frequentato il teatro con degli spettacoli di teatro-canzone, però avevo sempre desiderato cimentarmi con uno spettacolo completamente da solo. Non perchè non volessi compagnia, ma perché ho sempre ammirato quegli  attori, quei personaggi dello spettacolo che ci riescono, da Gigi Proietti a Marco Paolini, per capirci. La ricerca è andata avanti fin quando non ho trovato questo testo, che è un piccolo capolavoro della letteratura romanesca, e in generale anche italiana, che si chiama “Li romani in russia”. E’ sicuramente uno spettacolo di teatro di narrazione, di teatro civile, perché racconta un evento storico abbastanza recente e molto conosciuto. Però lo fa in una maniera originale, utilizzando la metrica dell’ottava classica, che è quella dei grandi poemi epici cavallereschi e quindi dà una pennellata di poesia a quella che forse è stata la più grande tragedia vissuta dal nostro esercito nella seconda guerra mondiale.

Hai detto che per te è stato come iniziare qualcosa da capo. Ma poi come stanno insieme il cantante e l’attore?
Riesco a conciliarli benissimo, perché la stagione teatrale è da fine settembre ad aprile. D’estate continuo a fare i concerti. Il teatro è un modo per imparare tante cose. Perché impari da chi è molto più bravo di te nel mestiere, ti confronti con delle persone che sono dei grandi del teatro, come Alessandro Benvenuti che mi ha diretto. Quindi, tutte le cose che ho imparato a teatro, vengono poi riportate anche nei concerti, che diventano sempre più teatrali.

Non c’è il rischio di creare confusione in chi ti segue, cimentandoti in queste esperienze così diverse?
In effetti cuccede che c’è gente che chiama prima dello spettacolo per chiedere se canto. Bisogna spiegare che è uno spettacolo diverso dagli altri, in cui non ci sono canzoni, ma è come se ci fossero, perché la metrica è molto musicale, ha un suo andamento quasi sinfonico.

Parlando del Cristicchi cantautore, quando potremo ascoltare i tuoi nuovi lavori?
Finita questa tournee mi fermerò un paio di mesi per dedicarmi al nuovo disco, che uscirà in autunno. Ma non so dire di più, perché poi sono uno abbastanza vulcanico, quando inizio a scrivere qualsiasi cosa, poi mi tuffo a pieno in quel lavoro. Non so che tipo di disco sarà. Ho dentro di me un’esigenza, un’urgenza di raccontare alcune cose, che magari possono provenire anche dal mio ultimo libro, appena uscito che si chiama “Mio nonno è morto in guerra”, in cui ho raccolto in  tutta Italia le testimonianze di 57 reduci della seconda guerra mondiale.

I testi delle tue canzoni, descrivono la società di quel momento specifico, ma poi prendono una scia che si protrae nel tempo.
Le canzoni diventano proprietà  di chi le ascolta. Ad esempio, una delle canzoni più visualizzate su youtube è “Studentessa universitaria” (clicca qui). Probabilmente perché è una canzone universale, racconta quella situazione, che ritorna poi negli anni e nelle generazioni che magari non hanno nemmeno visto il mio esordio. Poi ci sono pezzi che attraverso i mezzi di comunicazione iniziano a camminare da soli. Certamente fa piacere che anche canzoni che ormai risalgono al 2006 vengono ascoltate ancora.

C’è ancora qualcuno che ti ricorda come quello di “Vorrei cantare come Biagio Antonacci”?
Ultimamente se c’è una canzone per cui vengo ricordato è “Ti regalerò una rosa” (clicca qui). Io sono quel cantante lì che vinse Sanremo, con una rosa in mano e saliva sulla sedia. Questo mi fa molto piacere perché quella canzone è davvero straordinaria, non so se riuscirò a scrivere un altro pezzo così. Però è una di quelle canzoni che valgono un’intera carriera, quindi sono contento di essere ricordato per quella.

Il tuo percorso parte da “Vorrei cantare come Biagio”, passa per “Studentessa universitaria”, con cui hai iniziato ad essere riconosciuto come cantante “di qualità”, poi per “Ti regalerò una rosa”, i libri, i temi importanti trattati. Qual è la tua direzione?
Non è detto che uno debba avere una direzione. Io mi sono sempre fidato un po’ del mio istinto, quindi seguo un po’ l’innamoramento delle cose, degli argomenti, delle storie. C’è un filo conduttore che lega tutte queste cose, che è la memoria, questo bisogno che ho di salvare delle storie, che vuol dire prenderle e, una volta sentite, fare in modo di renderle accessibili a tutti, attraverso una canzone, uno spettacolo, un libro. La mia direzione sarà sempre stupire, innanzitutto me stesso, e riuscire a trasmettere agli altri queste mia passioni, questa mia voglia di ricercare. Che io possa un giorno fare solamente l’attore, ci può pure stare. E’ un percorso difficile, più difficile della musica, però è un percorso di grande soddisfazione, perché ti rendi conto che le cose che fai sul palco riescono a mettere un brivido un sorriso, capisci anche la magia del teatro, che non morirà mai.

Il Festival di Sanremo è passato da Cristicchi che vince sussurrando in piedi su una sedia con una rosa in mano all’affermazione dei ragazzi dei talent show.
Però l’anno scorso ha vinto Vecchioni. Chiaramente questi ragazzi arrivano a Sanremo con un percorso artistico differente da tanti altri, perché hanno già lavorato con quel metodo di votazione, quello dei messaggi inviati dai ragazzi a casa. Quindi devo dire che sono avvantaggiati rispetto a tanti altri. Ma credo che nel mondo della musica c’è spazio anche per loro, anzi, più siamo e meglio è. C’è un fatto però: per uno che vince il Festival o Amici, XFactor, ci sono 50 potenziali depressi, perché quello è un sistema che ti illude facilmente, in cui puoi perdere rapidamente il controllo di quella che è la tua carriera e tornare ad essere uno qualsiasi nel giro di pochissimo tempo. Il vero successo, oggi, non è essere sotto i riflettori, ma essere coscienti dei propri mezzi, accettare se stessi e provare ad essere felici anche in altri modi.

Però, chi come te e tanti altri, ha fatto anni di “gavetta”, non viene un po’ di rabbia vedendo come va il mondo della musica?
Io questa sera salgo su un palco vestito da soldato, racconto una storia in versi che dura un’ora e venti e lo faccio completamente da solo, sfidando la mia capacità mnemonica e fisica. Pensi a una persona come me possa interessare tutto ciò? Non ci penso più. Io cerco di fare bene il mio lavoro, ma non sono invidioso. In questo mondo c’è molta invidia. E’ pieno, purtroppo di questi atteggiamenti, e non mi va di infilarmi in quella schiera di persone iniziando a dire “quello sì quello no”. Sono felice quando un artista che piace a me inizia a piacere anche a tanta altra gente. Non è giusto essere invidiosi, aspettare il momento per dire “l’avevo detto io”, come dice la canzone “Che bella gente” (clicca qui).

In fondo quello è il tuo manifesto, che racchiude il tuo pensiero.
Quando l’ho sentita da Simona Cipollone, in arte Momo (artista di Lanciano), mi colpì questa schiettezza con cui lei buttava già questo muro di ipocrisia che la nostra società ha.

Giuseppe Ritucci

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