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Vertenza Smi, la Dafin scende in campo contro le strumentalizzazioni politiche

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ORTONA. In  relazione alle polemiche intervenute negli ambienti politici e sulla stampa per la realizzazione di un impianto generatore di energia elettrica di biomasse nel comune di Mafalda, la soc. DAFIN s.r.l. di Ortona ritiene doveroso fornire all’opinione pubblica le seguenti precisazioni, onde evitare il moltiplicarsi di notizie parziali, inesatte e spesso anche diffamatorie sulla vicenda.
 La società appartiene ad una famiglia di imprenditori familiare di Ortona che da decenni opera nel settore vitivinicolo, producendo alcool con varie destinazioni alimentari ed industriali, vini di grande qualità, spumanti e distillati.
 Nel corso dell’anno 2005 essa fu contattata dall’Amministrazione comunale di Mafalda con la proposta di realizzare un impianto di produzione di energia elettrica in quel Comune, impiegando le vinacce esauste risultanti dalle sue lavorazioni, ma  anche della produzione nazionale, per un totale di circa 1 milione di quintali. Ciò nel quadro di un progetto complessivo di sviluppo dell’economia locale, c.d. “Progetto Mafalda”, che si collocava nella esistente zona industriale del Trigno, per la quale, peraltro, si annunciava la chiusura dello stabilimento SMI di lavorazione di inerti.
 Pertanto il Comune indusse la DAFIN ad acquisire, per circa 10 milioni di euro,  il terreno e i fabbricati esistenti della SMI, per impiantare un nuovo sito produttivo. Fu poi sottoscritta una convenzione per cui, oltre alla realizzazione dell’impianto energetico, la società si impegnava (ottenute le ulteriori autorizzazioni necessarie) anche ad installare una distilleria, in modo da assorbire la mano-dopera che sarebbe stata licenziata dalla SMI, per un totale di circa 70 persone. La società inoltre si impegnava a realizzare con il Comune un’iniziativa turistica ed a versare alle casse municipali una cifra di circa 500 mila euro. Il Comune si impegnava, a sua volta, a promuovere l’iniziativa, ovviamente nel rigoroso rispetto della legge, ed a svolgere le sue incombenze istituzionali, come istruttorie, pareri, atti vari.
 Si  giunse così  alla conferenza di servizi che rilasciò l’autorizzazione unica regionale. La ditta, nel frattempo, aveva svolto la progettazione, articolata, complessa e costosa, e versato la cifra di quasi mezzo milione di euro al Comune.
 Detta autorizzazione venne però impugnata innanzi al TAR per vari motivi di illegittimità proce-dimentali (ma non per il presunto inquinamento ambientale) da alcune associazioni ambientaliste. Il Comune di Mafalda si costituì in giudizio –come pure la Regione Molise e la DAFIN-  per difendere i suoi atti, nominando i suoi avvocati.
 A questo punto intervennero le elezioni comunali con la vittoria della ex minoranza che aveva condotto una forte campagna contro l’iniziativa, evocando presunti e mai dimostrati pericoli per la salute.
 La nuova amministrazione ritenne di non condividere più le posizioni di quella uscente. Sebbene la coerenza lo imponesse, il Comune non revocò in autotutela i suoi atti, piuttosto cambiò strategia processuale con una mossa assolutamente inusuale. Infatti, sostituì i difensori originari, nominandone altri e chiese ai giudici di accogliere il ricorso contro i suoi stessi atti.
 Il TAR accolse il ricorso, ed il Consiglio di Stato confermò la sentenza, soprattutto per le carenze dell’azione amministrativa del Comune, in particolare attinenti all’aver indotto in errore la Regione Molise, rappresentando l’inutilità di una una specifica variante urbanistica, profilo che, altrimenti, ove fosse correttamente emerso, avrebbe potuto condurre Dafin a richiedere espressamente e la Regione, in perfetta osservanza della legge, a concedere la variante in questione (per la quale sarebbe stato possibile, in coerenza con i fabbricati già esistenti, installare gli impianti di altezza superiore agli 8 metri, altezza ovviamente risibile per qualsivoglia fabbricato industriale).
Il Consiglio di Stato, però, suggerì esso stesso di provvedere ad una nuova istruttoria della pratica, sanando i vizi formali, attinenti oltre al tema edilizio, alla necessità di tornare a verificare l’esistenza della sufficiente distanza dal fiume Trigno (esistenza già ribadita in sede di riedizione) e la natura giuridica delle vinacce esauste (smentendo appieno la consulenza acquisita dal TAR Molise, il Ministero dell’Ambiente, con proprie specifiche note, ha finalmente chiarito che si tratta – come del resto Dafin aveva sempre sostenuto – di sottoprodotti e non di rifiuti).
 DAFIN ha dato avvio alla “riedizione” della procedura, ma il Comune l’ha osteggiata, anche con una apposita delibera di fine luglio scorso. Anzi, ha suscitato allarme ingiustificato anche per gli altri Comuni della zona. Si è addirittura rifiutato di restituire la somma ricevuta di mezzo milione di euro accampando vari pretesti. Su questo pende uno specifico giudizio, ora innanzi al Tribunale di Larino.
 La procedura di riedizione è in corso e la Società, comunque, ha richiesto i danni per 50 milioni di euro al Comune e personalmente a tutti gli amministratori, ritenendosi semplicemente presa in giro dall’Ente e dai suoi rappresentanti.
 L’azione giudiziaria di risarcimento davanti al Tribunale di Campobasso è stata ripresa dopo alcuni impedimenti procedurali. Nel frattempo è stata presentata una denuncia penale alla Procura della Repubblica ed un esposto per danno erariale alla Corte dei Conti.
 Tutto ciò premesso, la soc. DAFIN puntualizza:
1) L’impianto progettato è (come riconosciuto dalle autorità sanitarie e regionali) perfettamente in linea con i parametri di legge per la tutela della salute. Le contrarie affermazioni non sono supportate da nessuna evidenza.
2) Essa è tutt’ora disposta a realizzare l’impianto rispettando tutte le condizioni già stabilite.
3) In particolare, è ancora disposta a selezionare i dipendenti fra quelli appartenenti al bacino della ex SMI, realizzando anche la distilleria. Il Comune di Mafalda, del tutto inadempiente alla convenzione, dovrà comunque restituire il mezzo milione di euro indebitamente incassato.
4) Il caso “Dafin” rappresenta l’ennesima dimostrazione di come la principale fonte di inquinamento del nostro territorio non siano le imprese, ma la politica demagogica.

DAFIN s.r.l.

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