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L'importanza del defibrillatore nella rianimazione confermato dal caso Morosini

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PESCARA. I recenti casi di giovani sportivi colpiti da morte improvvisa in campo (pur in apparente perfetta salute) stanno mostrando all’opinione pubblica l’importanza delle tecniche di rianimazione precoce. Fra gli strumenti più importanti, oggi uno in particolare sulla scia dell’emozione provocata dalle ultime notizie di cronaca si è trovato avvolto da una nuova popolarità: il defibrillatore. Il defibrillatore deve essere usato in caso di arresto cardiaco improvviso, che può coinvolgere sia pazienti con patologie cardiache sia persone sane o apparentemente sane. Si manifesta con perdita di coscienza, assenza di respiro e, elemento principale, di battito cardiaco. Dal punto di vista “elettrico”, l’arresto però può avvenire o come ritmo defibrillabile (in fibrillazione ventricolare o come tachicardia ventricolare, spesso prodromo del primo caso e quindi riconducibile a questo) o come ritmi che non necessitano una defibrillazione. Il defibrillatore va usato in tutti i casi di arresto cardiaco perché è la macchina, il DAE che verifica se c’è fibrillazione ventricolare. Se non c’è fibrillazione, il cosiddetto DAE (defibrillatore automatico esterno) non permette la scarica elettrica. 
Defibrillatore che come confermato dai risultati della perizia doveva essere usato anche nel caso del giocatore del Livorno, Morosini, accasciatosi e morto in campo durante la partita contro il Pescara per “cardiomiopatia aritmiogena”. Questa la nota ANSA diffusa ieri:
“Tutti i membri dell’equipe medica hanno omesso di impiegare il defibrillatore”. I medici sono chiamati “a detenere nel proprio patrimonio di conoscenza professionale il valore insostituibile del defibrillatore”: lo scrivono i periti del gip – secondo quanto apprende l’ANSA – nella consulenza sulla morte del calciatore Piermario Morosini.
Le conclusioni dei periti del Gip non discostano molto dalla perizia già a suo tempo predisposta per il pm D’Agostino dal medico legale che effettuò l’autopsia, Cristian D’Ovidio. A suo tempo D’Ovidio scrisse che i medici “Porcellini e Sabatini omisero erroneamente di ricorrere all’uso del defibrillatore, sebbene nella concitazione del momento i sanitari possano non aver avuto immediata conoscenza della disponibilità”. Anche per D’Ovidio è più grave la posizione del medico del 118, Vito Molfese, che ha “una condotta complessivamente omissiva su ogni aspetto diagnostico-terapeutico necessario ed atteso nel caso in esame”. Questo perché “il medico del 118 rappresentava in quella situazione, e senza alcun dubbio, il sanitario più qualificato poiché preposto alla gestione dell’emergenza extraospedaliera. Lo stesso non solo non assumeva alcun controllo della situazione e non effettuava alcuna manovra diagnostica-terapeutica, ma oltretutto disponeva la mobilizzazione del paziente, in una fase in cui erano in atto le principali manovre di cardio-rianimazione ed il paziente non poteva considerarsi stabilizzato”. Ma soprattutto, scriveva D’Ovidio, “il medico del 118 è leader indiscusso nei soccorsi”. In sostanza i periti del Gip hanno confermato le conclusioni del medico legale quando questi concludeva che “data la giovane età del Morosini e l’esiguità dell’estensione cicatriziale riscontrata all’esame anatomo-patologico, l’assenza di coronaropatia e l’immediata disponibilità del defibrillatore”, “la possibilità di un celere trattamento qualificato, consente di ritenere che l’evoluzione del quadro patologico in atto su Morosini sarebbe stata favorevole”.
PERITI, SFORZO FISICO HA FAVORITO MORTE – I periti del gip hanno confermato nelle loro conclusioni – secondo quanto apprende l’ANSA – che il calciatore Piermario Morosini morì per “cardiomiopatia aritmiogena”. “Il decesso – scrivono – è inquadrabile come morte improvvisa cardica aritmica, secondaria a cardiomiopatia da cui era affetto, precipitata dallo sforzo fisico intenso”.
PERITI, LE CENSURE AI MEDICI CHE INTERVENNERO – I periti nominati dal Gip Maria Michela Di Fine – Vittorio Fineschi, Franco Della Corte e Riccardo Coppato – le cui conclusioni verranno dibattute nell’incidente probatorio il 19 aprile prossimo, hanno anche esaminato le responsabilità dei quattro medici intervenuti il 14 aprile 2012 intorno al calciatore collassato in campo durante Pescara-Livorno. Sul registro degli indagati ci sono il medico del Livorno Manlio Porcellini, quello del Pescara Ernesto Sabatini, il responsabile del 118 dello Stadio Vito Molfese e il primario dell’ospedale di Pescara Leonardo Paloscia. Se il medico del Pescara “in qualità di responsabile del soccorso nel campo della squadra ospitante era chiamato a conoscere la disponibilità della strumentazione – scrivono i periti – la assoluta incardinata attività posta in essere da tale sanitario comunque dati i tempi di intervento riveste sicura dignità causale nel concretizzarsi dell’exitus del Morosini”. Per ciò che riguarda il medico sociale del Livorno ‘sono riconosciute differenti incongruenze comportamentali, per il ruolo di non ospitante. Tuttavia anche egli avrebbe dovuto ricercare i defibrillatore”, perché avrebbe sfruttato “l’incomparabile opportunità di intervenire precocemente mediante defibrillazione esterna in un momento in cui la probabilità di pieno recupero del circolo cardiovascolare è massima (è il primo sanitario giunto nell’assistenza a Morosini). Tale omissione diagnostica-terapeutica, pertanto, riveste ruolo causale nel determinismo dell’exitus di Morosini”. Ma secondo i periti “il ruolo più delicato” è rivestito dal medico del 118, Vito Molfese. A lui “sono addebitabili i maggiori profili di censurabilità comportamentale”. “Pur intervenendo in un momento successivo rispetto ai primi due medici, si deve a lui riconoscere, tuttavia, il ruolo di leader che egli avrebbe dovuto assumere, procedendo immediatamente alla ricostruzione degli atti di soccorso praticati dai colleghi, immediatamente riconoscendo l’assenza di impiego del defibrillatore ed operandone l’impiego ad un tempo in cui una defibrillazione esterna si sarebbe associata ad una probabilità di sopravvivenza ancora piuttosto elevata (circa 60 – 70 per cento)”. Più sfumato il ruolo del primario di cardiologia Paloscia perché quando interviene “solo residue chance di sopravvivenza erano ormai ipotizzabili nel Morosini al momento dell’intervento”, e in conseguenza “per cui nessun rilievo causale è da assegnare all’erroneo comportamento di tale medico”. 
tizianasmargiassi@vastoweb.com

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