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La campionessa di sci Manuela Di Centa intervistata da Vastoweb

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VASTO. Passione e determinazione, ma anche riconoscenza per le gratificazioni enorme che il mondo degli sport invernali ha saputo concederle, premiando spirito di sacrificio, abnegazione e talento.

Nella prima domenica di primavera non è un ossimoro climatico-ambientale parlare in riva all’Adriatico su Vastoweb di una leggenda dello sport italiano, sì perché basta citare l’impresa di Lillehammer, quando nel 1994 portò a casa cinque medaglie, due d’oro, due d’argento e un bronzo, per rammentare a tutti la grandezza agonistica di Manuela Di Centa, che raggiunse il culmine della carriera a 31 anni, dopo aver cominciato a raccogliere i successi che meritava relativamente tardi.

Carattere tipico della Carnia, Manuela – come si è fatta chiamare nell’intervista telefonica che ci ha concesso – non è mai stata una yes woman, ha sempre detto ciò che pensava e questo non l’ha mai aiutata molto negli ambienti federali, quegli stessi ambienti che ora intende scuotere con una candidatura dirompente alla presidenza della Fisi.

Con estrema opportunità ha atteso che si celebrassero sia le Olimpiadi di Sochi che le Paralimpiadi per scendere in campo, ma ora è davvero convinta di voler dare il suo contributo, di apportare le molteplici esperienze vissute in 50 anni di vita, tra cui oltre a quella di atleta, dal 1999 ad oggi ha sommato anche tre lustri di incarichi dirigenziali, in seno al Coni, al Cio e due legislature da deputato.

Carte in regola, insomma, oltre a un pedigree formidabile, che annovera anche altri due bronzi olimpici, sette medaglie ai mondiali di Sci Nordico e due Coppe del Mondo. Ha scalato persino l’Everest, nel 2003, a 40 anni, per questo ora è certa di poter salire anche al soglio della Fisi.

Parliamo di una carriera che ha attraversato quasi due decenni, dai primi anno ottanta fino a lambire il terzo millennio, quando il Fondo era riserva di caccia per russi e finlandesi, svedesi e norvegesi, persino estoni e cechi, più che degli azzurri. Quando non esistevano le sprint o le mass start, né le skiathlon, ma successi, podi e piazzamenti si conquistavano col sudore e con l’acido lattico, contro il cronometro, quasi sempre, eccezion fatta per le Gundersen, quasi sparite colpevolmente dal panorama della Fis.

Abbiamo sollecitato l’olimpionica a dirci come mai ha deciso di mettersi in discussione ancora una volta, lei che insieme a Stefania Belmondo ha reso mitica una delle più belle e dure rivalità dello sport italiano, sicuramente sdoganando il concetto di discipline al femminile, che avevano avuto in passato altre ambasciatrici e che oggi vivono sulle gesta della Vezzali, della Pennetta, della Cagnotto e della Pellegrini, solo per citarne alcune tra le più note.

Ebbene, uno dei temi cardine che ha affrontato con noi è stato proprio quello del mancato accompagnamento nel ricambio generazionale. Quando Manuela Di Centa decise di ritirarsi, lasciando lo scettro in mano alla Belmondo, c’era già pronta Gabriella Paruzzi a raccogliere l’eredità di entrambe e poi vennero Arianna Follis e Marianna Longa.

Una squadra femminile di Sci Nordico uscita di scena troppo presto, lasciando il vuoto, quel vuoto che non è stato possibile colmare da subito e nonostante la prospettiva dei giovani – la medesima condizione di ritardo è ravvisabile tra i maschi (se è vero che le uniche chance risiedevano nell’ultraquarantenne Giorgio Di Centa, buon sangue non mente) – sia potenzialmente valida, occorreva una gestione più oculata di questo passaggio tra epoche diverse.

“La mia non è l’ennesima sfida (risponde a una nostra sollecitazione, ndr), ma un momento come tanti nella vita, in cui si decide di intraprendere un percorso importante, chiedendo prima alla mia famiglia, per impegnarmi sugli sport invernali che tanto mi hanno dato”.

D’acchito spiega così la sua candidatura Manuela Di Centa.

“La Fisi mi ha sempre sostenuto e se in qualche modo posso essere utile alla causa, cercando di rinnovare e rinvigorirne ora gli ambienti lo faccio volentieri. Un ritorno rispetto a quanto ho ottenuto gareggiando, ma mettendo a disposizione anche l’esperienza che ho maturato non solo come atleta, ma come dirigente nazionale e internazionale. Lo ritengo un impegno doveroso, altrimenti non potrei sopportare l’idea che con il mio sport e il mondo della Fisi in difficoltà non avrei fatto nulla per migliorare le cose. Ci sono gli spazi giusti e scendo in campo anche con la consapevolezza che in questo arco della mia vita non ho altre incombenze particolari. Certo, ci vuole coraggio, molto coraggio, ma quello non mi è mai mancato. Sono pronta a dare battaglia con le mie idee, i miei pensieri, con la voglia di cambiamento e di rinnovamento, con la volontà di dare tutta me stessa per raggiungere il nuovo obiettivo”.

Proprio lo Sci Nordico alle recenti Olimpiadi di Sochi ha toccato il punto più basso degli ultimi 30 anni.

“Eravamo tutti ben consci di quali fossero le condizioni in cui saremmo andati a competere in Russia. Ci siamo trovati con energie disperse, ritiri precoci, senza la possibilità di avere una staffetta tra esperti ed emergenti, è mancato l’insegnamento tra una generazione e un’altra. Non è semplice nemmeno perdurare a lungo le motivazioni di chi gareggia, si allena, che compie enormi sacrifici. Non dimentichiamo che parliamo di persone, uomini e donne, con le loro esigenze, le loro famiglie. E’ mancata la giusta attenzione su questo aspetto, così come sul livello motivazionale. C’è tanto da ricostruire. Quindici anni fa nazioni guida come Svezia e Finlandia attraversarono un passaggio a vuoto, erano lontani dai fasti di un tempo, ma hanno saputo programmare e oggi sono di nuovo nell’elite. Dobbiamo prendere esempio anche da chi, come gli Stati Uniti, in ogni edizione dei Giochi Olimpici riesce sempre ad andare al di là delle previsioni. Hanno uno stupendo centro in Colorado, dove hanno fatto convergere tecnici e atleti di punta, riuscendo a far crescere sicurezza e leadership tra i loro sciatori, sia giovani che più navigati. E’ questa la differenza che avvertiamo maggiormente, quella mentale”.

Per la Di Centa andrebbero individuate le carenze di tecnici e dirigenti federali, perché la collezione dei quarti posti che è stata dipinta come uno scherzo del fato, in realtà penalizza chi non dà il 110% delle proprie possibilità.

“Ma noi non dobbiamo guardare soltanto alle medaglie, certo sono importanti. La Fisi rappresenta un insieme di 16 discipline sportive, racchiuse in cinque diverse federazioni internazionali. E’ un pianeta esteso e con peculiarità specifiche, ma deve anche essere visto come un ambiente unito, unico, dove si deve parlare di più, ci si deve confrontare di più, dove occorre valorizzare insieme le cosiddette best pratice, dove passaparola ed esperienza debbano avere il giusto peso. I diversi settori con un denominatore comune, tracciando una rotta senza dimenticare gli approcci alla gestione delle gare e alla ricchezza di chi possa contribuire a far compiere uno scatto nella mentalità”.

Come ai tempi della rivalità tra Lei e la Belmondo.

“Noi volevamo esprimerci al massimo e lo facevamo. Ma quando rappresentavamo l’Italia in staffetta riuscivamo a superarci”.

Quale sarà l’impatto della sua candidatura?

“Candidature simili non ce ne sono state, mai”.

Nell’intercalare tra una domanda e l’altra è parso di capire anche il favore della Di Centa per figure non convenzionali come il presidente del Coni Malagò e lo stesso premier Renzi, capaci di dare una ventata nuova, la stessa che lei vorrà dare alla Fisi.

“Mi auguro che le società e gli sci club che saranno chiamati a esprimersi sulla futura presidenza della Fisi valutino bene quali siano le proposte in ballo e si orientino a privilegiare chi vuole perseguire davvero il cambiamento. Non si potrà prescindere dall’allargamento della base, dall’assecondare la passione per la neve e in questo senso si deve andare anche oltre il solo agonismo. Vogliamo introdurre la tessera di affiliazione, per fare davvero un movimento degli sport invernali, per accogliere le famiglie e creare appassionati e seguaci delle varie discipline”.

Insomma uno zoccolo duro amatoriale, perché non tutti possono ambire a ripercorrere le carriere di miti come i Di Centa, i Fauner, gli Albarello, la Belmondo oppure Tomba e Compagnoni.

“Crediamo molto nell’opera di socializzazione dello sport. E’ lì che nasce la forza. Vogliamo che la tessera sia l’elemento di congiunzione tra la società e il nostro mondo, dando la possibilità a tutti di esprimersi al massimo, non escludendo nessuno”.

redazione@vastoweb.com

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