vastoweb.com - Portale di informazione su Vasto e Abruzzo. Commercio, Servizi, Turismo.

Un caso di disturbo da attacchi di panico, la storia di Maria

Più informazioni su

VASTO. Maria aveva 18 anni quando ebbe la prima crisi di panico: si trovava nel soggiorno di casa e improvvisamente iniziò ad avere difficoltà a respirare, tachicardia, vampate di calore e confusione mentale. Pensò: “Sto per avere un infarto! Devo andare in ospedale!”. Andò in ospedale e le dissero che non c’era nulla a livello medico e dunque si trattava di un attacco di panico, una problematica esclusivamente psicologica. Pian piano questi attacchi divennero sempre più numerosi e prevedibili: si sentiva male spesso e iniziò così ad evitare tutte quelle situazioni in cui sarebbe stato difficile o imbarazzante chiedere aiuto o raggiungere un ospedale nel caso si fosse di nuovo sentita male. Evitò così la metro, il treno, i centri commerciali, le strade bloccate dal traffico, l’autostrada, il cinema e qualsiasi altro spazio rappresentasse per lei un ostacolo. Maria che era una donna indipendente e che teneva molto alla sua autonomia si ritrovò nel corso degli anni a non riuscire a fare più neanche la spesa da sola al supermercato. Anche andare a lavoro era diventato un incubo e viveva nel terrore costante di poter avere un attacco di panico  se non stava attenta ad evitare determinate situazioni come il traffico. Quando non riusciva ad evitarle le viveva con disagio e ansia estrema. Si sentiva limitata, trascorreva molto tempo in casa, non aveva più relazioni sociali e subentrò ben presto la depressione.

Analizziamo ora cosa è successo nella testa di Maria. Perché si è sviluppata questa paura irrazionale?

I primi attacchi di panico di Maria erano sempre inaspettati: questo l’ha indotta ad iniziare a prestare un’attenzione particolare verso i cambiamenti somatici che avvertiva (aumento del battito cardiaco, respiro affannoso, etc…) e ad interpretarli, anche in assenza di una situazione pericolosa, come segnali di un imminente attacco di panico. Insieme al controllo dei sintomi somatici iniziò ad attuare un controllo anche sugli eventi esterni iniziando ad evitare tutte quelle circostanze in cui, se si fosse sentita male, sarebbe stato difficile scappare. E’ così che è avvenuta un’associazione tra attacco di panico e situazione anche se realmente non si era mai sentita male nella specifica circostanza evitata.

Cosa rende una persona piuttosto che un’altra vulnerabile allo sviluppo di attacchi di panico? Vediamo i principali fattori:

Anxiety Sensitivity. Si tratta di un atteggiamento catastrofico, di paura rispetto alle sensazioni di attivazione neurovegetativa dell’organismo (tachicardia, dolore al petto, etc..) che tendono ad essere erroneamente interpretate come pericolose e in grado di produrre conseguenze disastrose come la morte o la pazzia (quest’ultima nel caso di sintomi più mentali come la derealizzazione).

Esperienze precoci di apprendimento. Alcuni studi hanno evidenziato che determinati atteggiamenti genitoriali in età evolutiva possono contribuire allo sviluppo dell’Anxiety Sensitivity nel bambino ed in particolare: i genitori favoriscono il comportamento da malato del bambino, manifestano attenzione preoccupata quando il bambino è ansioso o tendono ad evitare che i bambini facciano esperienze autonomizzanti.

Il passaggio da vulnerabilità a disturbo di panico non è scontato. Gli eventi che più spesso di altri portano all’insorgenza dei sintomi sono: essere stati presenti quando qualcuno si sentiva male (per attacco di panico o malattia fisica) oppure aver colto preoccupazione ansiosa da parte degli altri rispetto a qualcuno che si era sentito male.

Le conseguenze per chi soffre di un attacco di panico sono numerose e molto invalidanti per la persona ed è proprio per questo motivo che a livello sintomatico l’attacco di panico rappresenta uno di quei disturbi che intacca maggiormente il funzionamento sociale e lavorativo della persona e che necessita dunque di un tempestivo intervento: più l’intervento è precoce minori saranno i rischi di cronicizzazione del disturbo e maggiori le probabilità di una remissione totale.  Dal punto di vista lavorativo si possono avere ripercussioni più o meno gravi a seconda dell’intensità e dell’incidenza dei sintomi: una persona che si sposta per lavoro molto probabilmente sarà costretta ad assentarsi e prima o poi a perdere il lavoro se non si interviene tamponando momentaneamente i sintomi con un trattamento farmacologico e/o psicoterapeutico.  La vita familiare è spesso contraddistinta da conflitti interpersonali causati dalle continue richieste di essere accompagnati. L’area della socialità è fortemente intaccata dalla difficoltà a frequentare o a raggiungere luoghi pubblici (cinema, discoteche, centri commerciali, parchi). Ma l’aspetto più invalidante del disturbo è la progressiva ed inarrestabile perdita di autonomia che può portare alla depressione e all’utilizzo di alcool o sostanze stupefacenti nel tentativo estremo di automedicarsi.

Le conseguenze del disturbo da Attacchi di Panico sono tali da aprire uno spazio di riflessione attraverso cui comprendere quale sia il miglior modo di approcciarsi alla risoluzione del disturbo. Per questo motivo un articolo a parte verrà dedicato esclusivamente alle tipologie di approcci più efficaci presenti al momento per la cura del disturbo nel tentativo di fare chiarezza per tanti che al momento non riescono a capire quale sia il modo migliore per affrontare il problema o che semplicemente siano curiosi e abbiano voglia di saperne di più.

Silvia Carlucci – Psicologa-Psicoterapeuta

Centro di Terapia Metacognitiva Interpersonale di Roma – Studio di Psicoterapia Vasto

Contatti: Pagina facebook: https://www.facebook.com/psicologavasto

redazione@vastoweb.com  

Più informazioni su