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"Abbandonati dallo Stato e condannati a morte dalla Camorra"

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TERMOLI. C’è qualcosa che non funziona nella gestione dei collaboratori di giustizia nel Paese.
Una premessa è d’obbligo. Termolionline è un portale locale, si occupa in netta prevalenza o in via quasi esclusiva di notizie che afferiscono al territorio, costiero e molisano.
Rare le puntate verso argomenti di valenza più ampia, ma quando qualcuno si rivolge a noi, a prescindere dalla cosiddetta ‘competenza’, non siamo inclini a respingere al mittente richieste di aiuto.
Per questo, dopo aver supportato per oltre due anni la battaglia della famiglia di Luigi Bonaventura, che solo pochi mesi fa è stato trasferito dall’alloggio in cui era stato dimorato dal Viminale, un altro nucleo di persone nell’orbita del Ministero dell’Interno per gli stessi motivi, parliamo stavolta di un ex clan camorristico, ha ritenuto opportuno, anzi disperatamente vitale, dare voce attraverso noi all’ennesima protesta, abbandonati da un sistema che sovente – a quanto pare – strizza e getta coloro che si sono messi al servizio dello Stato, forse tardivamente, comunque chiudendo i conti con un passato controverso.
Una manifestazione di desolazione e di paura, ma non alienando la propria dignità, è andata in scena la scorsa settimana davanti al Governo, in largo Chigi.
Perché Termolionline?
In uno dei precedenti approcci, allora davanti al Viminale, parlando con degli agenti, non sappiamo se del Nop, il nucleo operativo che si occupa della gestione e della sicurezza dei ‘pentiti’, o di poliziotti del 113, alla precisa domanda su chi potesse ascoltare e dare visibilità all’ennesima storia drammatica di questa Italia difficile da vivere, qualcuno li ha indirizzati al web, veicolandoli verso noi, forse proprio per l’enorme battage creato sul tema con la vicenda Bonaventura.
Non ci sottraiamo e per questo siamo in contatto con la famiglia Misso, a cui nei vari passaggi formali e amministrativi è stato revocato lo speciale programma di protezione ad alcuni dei componenti e come nel caso di Bonaventura per condotte ritenute imprudenti, dunque non riferibili al merito della stessa collaborazione di giustizia.
Carta carbone anche l’iter, con l’impugnativa al Tar del Lazio, bocciata e l’impossibilità di sostenere spese per il Consiglio di Stato.
Un fratello e una sorella con un bimbo di 6 anni, altri due fratelli, i perni di questa collaborazione, uno zio e un cugino.
Sangue ne è stato sparso già. Proprio il cognato del nostro contatto è stato ammazzato a Napoli, il timore ora è per l’incolumità di chi rimarrebbe senza l’ombrello dello Stato sotto cui ripararsi.
“Ho 22 anni e da quindici sono inserito in questi programmi di protezione – afferma M. – ora ci troviamo a non avere contributi e soldi, nemmeno dove abitare e siamo a Roma per cercare di sensibilizzare le istituzioni a non abbandonarci. Mi contestano la guida senza patente, ma non è un motivo valido per metterci alla porta, in quel frangente stavo accompagnando mia sorella che stava male. E’ solo un pretesto, poiché il Servizio non ha soldi e trovano scuse per buttarci fuori, ma non è giusto che se la prendano con chi è innocente”.
Chiediamo a M. si narrarci anche la vicenda, per entrare dentro la storia criminale che li ha portato a saltare il fossato passando dalla parte dei giusti.
“La nostra disavventura. Inizia nel 2007 quando i nostri fratelli voltano le spalle alla camorra e decidono di schierarsi dalla parte dello Stato, iniziando una collaborazione con la giustizia che gli addetti ai lavori (procure, Dda e Dna) definiscono storica,  eccezionale senza precedenti. Basta pensare che la collaborazione dei miei fratelli ha distrutto decine di clan, ha fatto infliggere centinaia di ergastoli, a capiclan e killer ancora oggi. Sono chiamati a testimoniare in decine di processi, dove figurano imputati i più grandi boss sanguinari di Napoli. Dico disavventura, poiché lo Stato, le istituzioni, la macchina antimafia nazionale e napoletana, alla quale grazie alla nostra famiglia può dichiarar vinta la battaglia contro il crimine organizzato di Napoli ci da’ in pasto alla camorra.
E’ cosa ormai nota ai media, ma alla stessa Antimafia che a pagare per le accuse dei collaboratori sono i familiari,che vengono barbaramente assassinati. I miei fratelli ancora oggi vanno a testimoniare nei processi e pochi giorni fa la corte di Appello di Napoli ha confermato 4ergastoli a spietati killer. Come si può revocare un programma di protezione? Chi vuole la mia morte? E’ doveroso fare un passo indietro, ma prima di questo voglio dirle che a me è stato revocato il programma perché mia sorella andò in ospedale, io spostai la macchina, si trovò a passare la polizia e mi denunciò per guida senza patente. E questa infrazione deve costarmi la vita? Mica ho rubato? Ho spacciato droga? Le dirò di più, ad altre persone che hanno fatto reati non è stato revocato il programma. A mia sorella è stato revocato il programma perché con il convivente non andava d’accordo. E questo le sembra un motivo valido per morire? Pochi mesi dopo la collaborazione dei miei fratelli la procura ci revocò il programma io ero appena quindicenne,  fummo cacciati dalle località protette e dovemmo tornare a Napoli. Appena tornati subimmo violenze psicologiche, minacce, offese, continue quotidiane da parte della camorra, vivemmo nel terrore, ci minacciavano tutti i giorni ed una sera vennero a fare una intimidazione armata a colpi di pistola nella nostra abitazione. La Procura corse subito ai ripari e chiese le misure urgenti e fummo ricondotti sotto il programma di protezione. Adesso ci riprova, cosa vuole la procura che muore qualcuno e poi applica le misure urgenti? Ma non è cattiveria pura mettere in pericolo di vita un ragazzo di 22 anni senza colpa, pulito, illibato, una ragazza di 30 anni e un bambino di 6 anni?”.
Ora, dopo i tentativi di richiamare attenzione sia davanti alla sede del Ministero dell’Interno, che a quella del Governo, le risorse si stanno esaurendo e fratello, sorella e bimbo saranno costretti a tornare negli ambienti partenopei a loro rischio e pericolo.
Cercano una via per contattare qualcuno alla Direzione nazionale antimafia, che possa imprimere eventualmente una svolta favorevole a queste presunte assurdità.
Non siamo giudici dello Stato, ma diamo semplicemente il megafono a chi ritiene di essere stato danneggiato immotivatamente.
Alle autorità il compito di valutare la situazione, ripristinare un possibile quadro compromesso oppure confermarne le decisioni, ma non agire da Patrigno.
La nostra posizione non prescinde però dal lato umano delle storie, quelle sono intangibili, come la sofferenza di una donna con un figlio piccolo da crescere nel terrore e senza alcuna prospettiva che nel manifestare il suo enorme disagio è stata soccorsa davanti a Palazzo Chigi dal 118 nell’indifferenza generale.

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