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Il Camposcuola della parrochia SS. Maria del Sabato Santo

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VASTO. Si è conclusa da pochi giorni l’esperienza del primo camposcuola organizzato dalla parrocchia SS. Maria del Sabato Santo di Vasto. La settimana dall’1 all’8 luglio scorso ha visto 48 ragazzi dai 6 ai 18 anni e 19 educatori volontari (più una decina di adulti in qualità di collaboratori) mettersi in gioco, “Insieme pronti a cose grandi”, come recitava lo slogan del logo, con al centro una palla da basket. Il tema del campo è stato il fare squadra di fronte alle difficoltà, ai propri limiti, alle paure e alle aspirazioni per poi compiere scelte significative e assumersi le proprie responsabilità. “Scoprite i vostri doni e potenziateli”, ha detto don Antonio Totaro, parroco della chiesa vastese da un anno e mezzo, veterano dal 1975 dei camposcuola e amante indiscusso della montagna che ha portato il gruppo nella struttura “Il sollievo dello Spirito”, in una frazione di Pietracamela, largo della Rinascita, ai piedi del versante teramano del Gran Sasso. La casa d’accoglienza, di proprietà della Congregazione dei Paolini, editori della rivista Famiglia Cristiana, dal 1991 ospita il sacerdote e i suoi ragazzi.

Una miscela di emozioni, sentimenti, ricordi belli e brutti, contrastanti, considerazioni che si alternavano giorno dopo giorno, come il sole alla pioggia del cielo che ha coperto in alcuni momenti -e rischiarato in altri- gli umori dei ragazzi, specialmente i più piccoli. “Mammite”, cioè la mancanza della mamma, è stata l’affezione che ha colpito -per la verità- pochi bambini, curata solo con la propria forza di volontà. E poi le regole tanto diverse da quelle lasciate a Vasto, di fronte alle quali è stato difficile abituarsi all’inizio e lo sgomento tipico di chi si trova alla prima esperienza di vivere fuori casa.

Ma il camposcuola è stato anche divertimento, tanto gioco, allegria, buona cucina e intensi momenti di preghiera e riflessione. Tra le attività previste, il primato indiscusso è andato alle tre escursioni in montagna, di cui l’ultima ha raggiunto i quasi 2500 metri d’altitudine, destinazione rifugio Franchetti, ai piedi del ghiacciaio e punto di partenza per le arrampicate, dove i ragazzi si sono temprati dalla calura con la neve grattata, dopo una passeggiata cominciata di buon’ora, con un dislivello di 800 metri. La visione di camosci, cavalli e la maestà silente della montagna hanno ripagato tutti gli sforzi, quand’anche le gambe non ce la facevano più per arrivare fin lassù. Per poi discendere correndo incontro alla nebbia, quella vera che stava lì però quasi a rappresentare ciò che ci aspetta nella vita di tutti i giorni dopo aver vissuto la sensazione di toccare con un  dito il cielo limpido e terso del gigante degli Appennini centrali. E poi il ricordo dei brividi di freddo in pieno luglio di fronte alle cascate del Rio Arno, dall’acqua color verde ghiaccio, nella spettacolare Val Maone, dopo un sentiero strapieno di fiori colorati e germogli variopinti tra le rocce.

Il tema del campo -come già detto- ha riguardato il gioco della pallacanestro come palestra di vita attraverso la visione del film Coach Carter” di Thomas Carter (2005), ispirato a una storia vera che narra la vicenda di un allenatore di una squadra di basket formata da giocatori dal destino segnato dalla delinquenza e dalla povertà che, attraverso il duro allenamento e l’istruzione, riescono a riscattarsi rovesciando il corso delle proprie vite.

Così dopo sette giorni, il camposcuola è finito e ognuno è tornato a casa con la seguente preghiera: “Ora va perché il mondo ha bisogno di ragazzi come te. Da’ a chiunque tutto ciò che in questo campo ti è stato donato. Riscalda con la tua fede il cuore di chi non riesce più a trovare una ragione per vivere. Colma con il tuo amore chi ancora non ha imparato ad amare. E ricorda che Gesù sarà sempre con te nelle giornate di sole ed anche in ogni tempesta che vivrai. Buon ritorno a casa!”

di Rossana Pagliaroli

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