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“La morte all’improvviso”, Fabrizio Scampoli ricorda Andrea e Domenico

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VASTO. “Beato l’uomo perché non conosce il proprio destino”, recita la Torah. Quante volte, in aula, ho affrontato con i miei alunni il discorso sul Fato e sulla morte. Quante volte, spesso anche a fatica, ho cercato di spiegare loro il “nulla eterno” di Foscolo e la visione meccanicista di Leopardi. Quante volte ho visto i sorrisi dietro quei banchi incupirsi, magari per un attimo, per poi riprendere l’espressione solita di serenità mista al sogno tipica dell’età più bella.

E’ tremendamente difficile parlare della morte coi ragazzi, perché è un concetto che la nostra società dei consumi ha volutamente relegato in soffitta, e perché i giovani la ritengono sempre qualcosa che riguarda “gli altri”. E invece no, ed eccoci qui a riflettere sulla morte di Domenico e Andrea, che ho conosciuto qualche anno fa sui banchi della prima classe del corso Geometri, coi loro occhioni spalancati sul futuro che immaginavano e proiettavano nei loro compiti in classe di italiano. Andrea ha cambiato scuola al terzo anno, con Domenico invece il rapporto è arrivato fino all’Esame di stato. Erano davvero due bravi ragazzi, grandi amici, educati e volenterosi nello studio. Ma questo tutti lo sanno. Quello che molti non sanno, e che io ricorderò sempre, sono due loro tratti distintivi: Andrea era un ragazzo sensibile e affettuoso, e anche dopo aver cambiato scuola, quando ci s’incontrava, mi aggiornava sempre sui suoi progressi. Anche Domenico era molto buono e disponibile con i compagni e con i professori: quando aiutava qualcuno in difficoltà, e capitava spesso, mi toccava fare finta di non vedere, tanta era la sua bontà d’animo. Una volta, dopo l’esame di stato, si fermò davanti alla scuola con la moto perché voleva farmi conoscere la sua ragazza. Potrei raccontare cento episodi, in classe, in gita scolastica o solo per strada, ma la sua cifra distintiva era proprio quest’apertura verso il mondo e verso gli altri. Mai un provvedimento disciplinare, qualche rara volta al richiamo verbale ti chiedeva sempre scusa. Come si fa a non amare alunni così?

La cosa più terribile e innaturale per dei genitori è sopravvivere ai propri figli. E non esistono parole per lenire il loro dolore. Purtroppo, per un insegnante la sofferenza è simile, appartiene alla stessa categoria esistenziale. Non vedrò più i loro sorrisi, i loro occhioni curiosi e allegri, non sentirò più le loro risate e le loro battute, non potremo più raccontarci il passato, il presente e il futuro. Cari Domenico e Andrea, avete lasciato davvero un grande vuoto anche nella nostra scuola, il Palizzi, e nella mia vita di docente. Ora, da lassù, forse potrete comprendere il senso di quelle noiose lezioni e capirete pure perché anche i professori piangono.

Così, il professore Fabrizio Scampoli.

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