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Simone Caner: “Il Consorzio Matrix è alimentato dall’impegno e dalla dedizione”

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VASTO. La cooperativa Matrix è una realtà che negli ultimi anni è entrata a far parte  sempre più del tessuto sociale vastese. Per saperne di più del lavoro svolto dal consorzio, abbiamo intervistato il responsabile, Simone Caner.

Alla cooperativa Matrix sono arrivati alcuni ospiti del Cara di Foggia, al centro in questi giorni di una inchiesta per la piaga del caporalato e dei braccianti che arrivavano proprio dagli ospiti di quella struttura. Cosa pensa di questa vicenda?

La mia insegnante di Italiano al liceo diceva: “se di un libro mi riportate solo la parte che vi fa comodo per fare bella figura, per me il libro non l’avete letto”. E ci rimandava a posto. Chi di noi è disposto a leggerlo tutto il libro correndo il rischio di non tornare al proprio posto?
Sulla vicenda di Foggia, sposterei l’attenzione su questi esseri umani, che i media ci presentano quotidianamente come “immigrati che pretendono”, “bivaccano”, “si approfittano”.
I cinquanta che abbiamo accolto provenienti dal Cara di Foggia ci hanno raccontato una realtà ancora una volta agli antipodi da quello che abbiamo letto. Ci hanno detto della loro disponibilità al lavoro duro nei campi per pochi euro, della gratitudine per i ruderi messi a disposizione per la notte dal datore di lavoro in mancanza di alternative.

Come è nata la Cooperativa Matrix?

Il Consorzio Matrix nasce dal desiderio, mio e di mia moglie, di scegliere una casa famiglia come dimora. Ad oggi è alimentato dall’impegno e dalla dedizione di quasi trecento collaboratori che condividono con me l’entusiasmo e la volontà di fare bene.

Come si vive in un centro di accoglienza per richiedenti asilo?

Nei nostri CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) gli immigrati devono firmare un contratto di accoglienza, e accettano diritti e doveri del centro. Un insieme di regole comuni per la convivenza. Quindi da una parte a loro spetta vitto, alloggio, assistenza sanitaria e pocket money. Dall’altra si impegnano a rientrare in struttura e firmare entro un certo orario, a provvedere loro stessi alla pulizia organizzata in turni, e a rispettare un codice comportamentale che li aiuti a conoscere la nostra cultura e integrarsi successivamente. Quando arrivano in Italia sono come dei bambini da educare, con la differenza che hanno già la loro cultura. Il Consorzio Matrix ha voluto fare qualcosa in più rispetto a ciò che richiesto dalle Prefetture. Ha voluto applicare il modello tipico di uno Sprar ai Cas. In sostanza abbiamo voluto responsabilizzare maggiormente gli immigrati, dando loro più servizi, come ad esempio arte terapia e lezioni di musica. E allo stesso tempo ha anche fatto capire loro l’importanza di ricambiare l’accoglienza dell’Italia attraverso lavori socialmente utili. Non retribuiti e di tipo volontario.

Gli ospiti della cooperativa Matrix si sono integrati nei comuni dove sono ospitati o trovano diffidenza?

La diffidenza laddove è stata percepita inizialmente, è svanita nel giro di pochi giorni. La paura deriva dalla non-conoscenza del diverso. Immaginate una donna anziana che ha sempre vissuto nel paesello e non ha mai visto dal vivo un giovane di colore. E’ la novità che spiazza. Poi attraverso la conoscenza, la diversità si commuta in interesse per le culture altrui. C’è da fare una differenza invece per quelle che sono state vere e proprie campagne di odio contro gli immigrati. Quando si ascoltano solo le proprie paure, l’integrazione non può che diventare un’utopia.

Recentemente è stata organizzata una partita amichevole per raccogliere fondi per i terremotati, quanto è stato raccolto e cosa hanno detto i ragazzi di questa esperienza?

Abbiamo raccolto 1.891 euro. Non una cifra da capogiro, ma comunque soldi che prima non esistevano. Il prezzo del biglietto era basso quindi siamo totalmente soddisfatti dell’operazione. Gli Hope Hunters è una selezione di immigrati dei nostri centri. Hanno portato fortuna alla Vastese perché tre giorni dopo i biancorossi hanno sbancato all’Aragona 4-0 nel derby col Chieti. Ai nostri immigrati è piaciuto molto farsi allenare insieme, giocare all’Aragona, essere sostenuti dagli spalti come una vera squadra. La cosa più importante è aver unito il messaggio dell’inclusione sociale alla speranza che tutto vada bene nelle zone del sisma.

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