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Steven, storia di un coraggioso viaggio in Etiopia alla ricerca delle origini

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CUPELLO. Una storia emozionante e di speranza quella che raccontiamo oggi. Steven De Luigi, giovane 31enne di Cupello, da pochi giorni è rientrato a casa da un viaggio in Etiopia, dopo essere riuscito a realizzare il sogno di tornare nella terra d’origine del suo papà. Una bella avventura che è anche storia di coraggio e determinazione perché ci insegna a non mollare davanti ai sogni, ché “prima o poi diventano realtà”.

Una storia che nasce da una sempiterna passione per i viaggi e si concretizza grazie alla proposta di Davide, un collega di lavoro di Steven, di fare un viaggio in terra africana partendo come volontari. Davide appartiene infatti al Gruppo Fratelli Solidali Onlus che ha sede a Perano e che esercita attività di volontariato ad ampio raggio in Etiopia e Albania. Una proposta che lasciava trasparire la possibilità, per Steven, di mettersi sulle tracce dei suoi famigliari di cui non si avevano più molte notizie. Suo padre fu costretto ad abbandonare il proprio villaggio natio quasi 40 anni fa, per sfuggire all’arruolamento militare obbligatorio; a Roma trovò poi una famiglia che lo adottò e divenne così ufficialmente cittadino italiano. A causa della carenza di mezzi di comunicazione nei villaggi etiopi è stato impossibile per la famiglia De Luigi mantenere i contatti con i famigliari africani.
Si era presentata allora un’occasione imperdibile.

Giusto il tempo di organizzarsi e capire bene cosa fare e Steven e Davide si mettono in viaggio. Ad accogliergli al loro arrivo c’era gente proveniente dai villaggi più lontani, gente con un sorriso incredibile  e con tanta voglia di far festa per dare il benvenuto al parente dall’Italia. “Un’accoglienza che mai ci saremmo aspettati, con danze attorno ai falò, musiche etniche e allegri canti popolari. Abbiamo alloggiato in un resort i primi tre giorni, durante i quali ho conosciuto mio zio Shambelli Angasu e mia cugina di secondo grado Aisha Gorafo che in prima persona ha organizzato i festeggiamenti. E’ stato possibile rincontrarli grazie alle suore del posto che conoscendo bene la lingua amarica mi hanno dato le giuste indicazioni facendosi interpreti eccellenti. In particolare devo molto a Suor Adanech e a Suor Branesh. L’usanza prevede che quando arriva un ospite da lontano gli si faccia uccidere un capretto e così abbiamo dovuto fare anche noi; è stata davvero una grande festa.

Sono felice per come sia andata, temevo di fare un buco nell’acqua andando lì e non trovando nessuno dei miei famigliari. Invece è stato tutto meglio di come credessi, ero pieno di gioia e anche dopo aver salutato zii e cugini – quando ci siamo trasferiti in altri villaggi per fare volontariato – rimanevo meravigliato vedendo i bambini che mi venivano incontro chiamandomi “teacher”. Con questa missione umanitaria ho potuto realizzare due grandi desideri che nutrivo da tanto.
Passavamo il tempo nelle scuole, ma facevamo anche tutto ciò che era necessario, abbiamo assistito persino ad un parto. Ogni giorno c’era la messa alle 6.30, la colazione era prevista alle 7.30 e dopo si andava a scuola a studiare e giocare. Entro le 19.00 si doveva rientrare nelle strutture in cui ci ospitavano le suore perché calava la sera e non c’era luce per camminare
.”

  • Steven, ma in Africa davvero la gente soffre e vive in povertà? Davvero c’è il desiderio di partire per terre più ricche? Davvero ci si ammala e non basta quello che si possiede?
  • Purtroppo non si tratta di miti, ma di realtà. Nonostante tutto, la gente lì è felice, cerca di farsi bastare quello che ha, vive gli attimi istante per istante e non perde tempo dietro ad uno schermo del telefono. Io ho detto loro di non partire, perché qui in Italia si sta bene solo apparentemente. Siamo pericolosamente in declino mentre il loro è un paese in crescita e dalle mille potenzialità. Presto ci tornerò”.

Una storia sui generis, un’avventura che richiede coraggio e che non è alla portata di tutti. Un racconto che trasmette la voglia di conoscere il diverso, di mettersi sulle tracce degli antenati e di donarsi all’altro senza ottenere nulla in cambio, se non sorrisi ed eterna riconoscenza. Ricompense per cui  forse vale la pena morire.

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