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L’Antico di Tiberi e il Gabinetto Archeologico di Luigi Marchesani

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VASTO. Dal mese di ottobre sono tornate nuovamente in mostra nelle sale del museo archeologico le lastre di rame con soggetti tratti dall’antico di Nicola Tiberi, poeta, pittore, letterato e incisore di nobili origini nato a Vasto nel 1745.

Quella dei rami del conte Nicola Tiberi è una storia affascinante che offre interessanti spunti sull’importanza del collezionismo nel ‘700 a Vasto. Nella città di “Histonio”, così come era solito appellarla il conte Tiberi nelle sue rime arcadiche, vi erano diverse famiglie nobili, note per l’impegno civico e per lo spiccato interesse nei confronti della storia antica, ma l’unica, forse, in grado di rivaleggiare per ricchezza di opere e di reperti archeologici con i d’Avalos, era proprio la famiglia Tiberi.

Prematuro, e forse anacronistico, è l’uso del termine “museo”, ma dalle fonti storiche dell’epoca apprendiamo come i reperti archeologici che testimoniavano il glorioso passato del Municipium romano, fossero esposti con ordine e cura all’interno e nel cortile della casa dei Tiberi, in via della Trinità, nel cuore del centro storico. Qui il conte amava ricevere ospiti e membri del circolo culturale di cui era stato fondatore insieme al fratello Giuseppe, anch’egli uomo di lettere, e al dotto Benedetto Maria Betti. Proprio l’ “Accademia Histoniense”, nata con l’intento di promuovere la formazione e l’accrescimento culturale di scienziati e letterati vastesi, si apprestava a raccogliere la sfida culturale lanciata dalla più importante e famosa “Accademia dell’Arcadia”, sorta a Roma nel 1690 con l’intento di arginare quello che all’epoca veniva considerato il cattivo gusto barocco attraverso il perseguimento di valori morali di un’antica sobrietà. Entrambi i fratelli Tiberi vi aderirono con entusiasmo, cimentandosi con discreto successo nella composizione di poesie in stile bucolico. Proprio il tema pastorale offre uno spunto interessante per l’analisi dei rami. Nicola, infatti, appassionato di arti figurative, si occupò dell’illustrazione delle “Anacreontiche morali” composte dal fratello Giuseppe. La sua vena artistica lo spinse anche a intraprendere il progetto di illustrare un’opera inedita del concittadino Betti sulla storia di Vasto. A tal proposito, Nicola realizzò 37 rami da incisione per trarne stampe raffiguranti opere ma soprattutto reperti archeologici allora per la maggior parte esposti nella sua casa museo. Come si può ammirare, alcune delle lastre più belle mostrano i reperti immersi all’interno di scenari bucolici, agresti, con rovine e uomini che emergono malinconicamente sullo sfondo, con una vegetazione fitta e rigogliosa che sovrasta il reperto quasi a voler simboleggiare la nostalgia di un passato ormai decaduto.

L’opera dello storico Betti non fu mai pubblicata (il manoscritto è però oggi consultabile presso l’Archivio storico di Vasto) ma il valore artistico e storico-archeologico delle incisioni ci permette oggi di apprezzare con rinnovato interesse l’enorme bagaglio culturale contenuto nel Museo Archeologico di Vasto, la cui storia nell’800 si lega indissolubilmente alla figura di Luigi Marchesani. Medico e intellettuale vastese, appassionato di archeologia e studioso della storia patria, raccolse reperti archeologici della varie collezioni private, tra cui quella dei Genova-Rulli, all’interno della quale erano confluiti anche i rami del Tiberi.

Nel 1849 fondò il primo Gabinetto Archeologico d’Abruzzo, rendendo pubblica la raccolta di antichità profondamente radicata al suo territorio di provenienza, promuovendo una grande opera di tutela, conservazione e valorizzazione di tutta la collezione. Autore della “Storia di Vasto”, col proposito di “riunire i fatti, più che giudicarli”, con spirito storiografico moderno, Marchesani è stato un raccordo fondamentale per la ricostruzione del passato della nostra città. La tenacia e l’impegno con cui ha perseguito il suo intento umanista si possono apprezzare anche nella catalogazione dei reperti archeologici confluiti poi nel Museo. Il dottore, infatti, con acume scientifico, redige personalmente l’inventario, avendo cura di riportare, laddove possibile, dettagli e informazioni puntuali circa il luogo e le modalità di rinvenimento, la collezione di provenienza e la descrizione dettagliata. È infatti lui il primo a notare la discrepanza tra i reperti raffigurati dal Tiberi e quelli poi donati dalla famiglia Genova-Rulli al Gabinetto Archeologico. Laddove il reperto manca, la testimonianza iconografica del Tiberi risulta ancora più preziosa e d’inestimabile valore storico-archeologico. Si può supporre che i reperti raffigurati da Nicola ,e oggi mancanti all’appello, siano stati venduti o ceduti o dispersi.

Questi rami sono quindi un ponte che mette in comunicazione Nicola Tiberi, la sua “casa museo”, il fervido ambiente culturale vastese di fine Settecento, con Luigi Marchesani e il suo primo e innovativo progetto di Museo, e in definitiva con la storia di Vasto.

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