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Fenomeno accattonaggio a Vasto e Termoli, ma attenti alle ordinanze

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TERMOLI. L’ordinanza partorita dagli Uffici comunali di Vasto è stata ben congegnata.
Il sindaco intende contrastare i comportamenti molesti con cui certi elemosinanti (quasi sempre migranti) assillano i passanti con la richiesta di danaro.

Anche da Termoli si chiedono “quando” l’avvocato Sbrocca voglia provvedere all’emanazione di un precetto analogo; ma, evidentemente, l’opinione pubblica ha lasciato finire nel dimenticatoio quello sottocritto da Basso Di Brino, ‘past-primo cittadino’ in via Sannitica, negli anni scorsi. Correttamente il documento vastese mira a contrastare i fenomeni di accattonaggio a carattere invasivo e fastidioso di cui, frequentemente, patirebbe la cittadinanza.
Basterebbe già questo per motivare il provvedimento; ma, come al solito, i Sindaci poi s’ingolfano in particolari superflui aggiungendo motivazioni che concernono finanche presunti rallentamenti del traffico (intesi quali movimenti minatori dellla sicurezza di chi circola) per poi transitare su componenti (sanzionate a livello penale, dunque esulanti dall’apprezzamento locale) quali lo sfruttamento dei minori, le simulazioni di disabilità, etc. Insomma Vasto conferna di volere mirare solo ad intralciare le attività di chi bisognoso non può essere dal momento che l’accoglienza agli immigrati conta, nella citata comunità, su progetti di massima integrazione e di adeguati supporti. Provvedimenti siffatti, quanto praticati, si innestano in un filone perseguito, sin dal 1410, dagli Svizzeri che però vollero accostare la mendicità alla criminalità, con provvedimenti indirizzati soprattutto contro i nullafacenti e gli stranieri. Più tardi, all’epoca della Riforma, furono emanati divieti generalizzati di accattonaggio che,. già a fine ‘800, non venivano più rivolti contro la vera povertà, per rivolgersi a coloro che – metodicamente – assillavano i cittadini.
Perciò quel che oggi si chiede ad un Sindaco non può essere la “replica” di qualcosa già posto dal legislatore nazionale che, oggi, ammette l’elemosina in pubblico, condannandone solo quelle modalità che abbiano ad arrecare un “fastidio”. Soprattutto si vorrebbe che i primi cittadini non avessero, con gli strumenti offerti dal diritto amministrativo, ad ipotizzare condotte analoghe a fattispecie già previste dal Codice penale. In effetti l’errore vastese (ed a suo tempo quello termolese di Di Brino) è stato il seguente: essersi inventato un circuito sanzionatorio alternativo “attenuato”, in barba alla specialità della legge penale che – pur ammettendo la possibilità dell’elemosina – esclude soltanto ch’essa venga esercitata con modi fastidiosi. Così facendo, impropriamente, si sottolinea che si intende fare riferimento all’esistenza di un legame tra sicurezza ed immagine urbana mentre il reale contenuto di certi atteggiamenti sindacali è solo quello di nascondere la mendicità alla vista dei cittadini-elettori per cancellare il disagio che essa suscita nel momento in cui sia praticata da individui asociali e fannulloni. In definitiva, per i veri poveri esiste l’Ambito sociale territoriale e l’Assessorato comunale al ‘welfare’. Nel caso di Vasto, non si può sanzionare la fastidiosità di chi elemosina con una sanzione amministrativa, dal momento che questo comportamento è contravvenzionato già dal legislatore nazionale in via penale.

Claudio de Luca

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