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L’intervista all’attrice Pina Bellano: in teatro per trattare di attualità ma con ironia foto

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FURCI. Il 4 agosto presso il Teatro Comunale di San Buono l’attrice di Furci Pina Bellano andrà in scena con un “reading d’amore e d’anarchia politicamente (s)corretto” chiamato “Qui si s(fa) l’Italia”. Per l’occasione l’abbiamo intervistata, affinché ci svelasse qualcosa di questo spettacolo e quindi di se stessa. Pina ha alle spalle una formazione umanistica ma l’amore per il cinema ha fatto subito capolino nella sua vita. Parallelamente agli studi universitari vinse un concorso finanziato dalla Regione Lazio che la condusse a frequentare una scuola di recitazione con insegnanti professionisti, così per un po’ accantonò i libri di letteratura per inseguire una grande passione. Conclusa la scuola di recitazione si trovò immediatamente catapultata nel mondo del lavoro, ma ciò nn le impedì di finire l’università. Trascorse molto tempo viaggiando in lungo e in largo fino a quando non tornò a Roma e iniziò a lavorare nelle scuole, realizzando spettacoli per bambini che ancora adesso occupano gran parte del suo tempo.

Lavorare con i bambini ha sempre rappresentato una palestra per me, perché loro non hanno filtri. Lo scorso anno ho rappresentato un mio spettacolo anche qui in zona, a Palmoli, nella scuola media. Mi chiamò in sindaco. Trattava della violenza di genere ed è stato molto apprezzato dai ragazzi che forse mi hanno dato più di quanto io abbia dato a loro, nonostante inizialmente pensassi che fosse troppo impegnativo data la tematica. Mi sono sbagliata alla grande” 

Parliamo dello spettacolo che farai a San Buono: perché lo definisci un reading?
Perché si tratta di brevi monologhi alternati a delle letture e accompagnati da musiche dal vivo. Non posso non citare Massimiliano Bruno che oltre ad essere un grande amico è anche il mio insegnante e forse da lui ho ripreso questo modo di fare spettacolo arrivando anche nei piccoli borghi d’Italia e non solamente nei grandi teatri. Spesso recito anche suoi pezzi. Con me ci saranno i musicisti Piero e Luigi Minicucci e Gio Liberatore, musicista e cantante; ho scelto tre artisti molto in gamba.

Perché hai scelto il titolo “Qui si s(fa) l’Italia”?
Con San Buono ho un legame particolare, questo è il terzo anno che porto lì un mio spettacolo, ma stavolta sarà un po’ diverso sia perché non reciterò da sola, ci sarà con me Marco Giannini, sia perché questo è un reading. Il mio marchio di fabbrica è raccontare cose gravissime e cattive con tanta ironia e anche questo spettacolo avrà questo stampo. Viviamo un periodo politicamente destabilizzante in cui nessuno si sente più rappresentato, le notre idee non si sa a quale ala appartengano. Si parlerà anche d’amore con due brani, uno scritto da me e uno da Marco Giannini. Parlare d’amore è faticoso oggi perché non esiste più il corteggiamento, perché con i social è tutto a portata di mano, l’uomo e la donna non fanno il minimo sforzo per conoscere e per conoscersi. Io sono cinica, apparentemente dissacrante, ma sono convinta che ciò che ci faccia vivere davvero sia l’amore inteso genericamente come amore per la vita.

Questo spettacolo diciamo che è un po’ di nicchia e se vogliamo avvicinarlo ad un certo colore politico direi che è decisamente antifascista. Parlerò dei social e di come tutti noi siamo vittime di un sistema mediatico che ci rende un po’ leghisti, per questo è uno spettacolo sicuramente scomodo e probabilmente non avrà molto successo. E’ scritto in parte da Giannini che di professione è psicoterapeuta, per cui si ride rà ma sarà un riso amaro; mi sono posta il problema di ciò che la gente penserà ma mi sono detta che compito dell’attore è anche quello di far saltare le persone dalla sedia, e in questo caso specifico ho voluto non compiacere il pubblico. Parlerò di matrimoni gay, di utero in affitto, di migranti , degli Usa e di Trump (male) e anche del Vaticano. Sarà un racconto, non mi metterò a spiegare e ad insegnare. Ma voglio insinuare un dubbio nello spettatore.

Perché per la locandina hai scelto due tazzine un po’ deformate?
Lo sfondo verde-azzurro mi ricorda il mare (e quindi un po’ gli immigrati che ci lasciano la vita), le tazzine sono distorte perché gli oggetti colpiti da armi chimiche subiscono distorsione. In questo monologo che ho scritto parlo anche di chimica sia come arma di distruzione di massa sia come legame che si instaura tra uomo e donna quando c’è una forte attrazione: quindi c’è una distorsione del cuore. Distorsione che non tutti riconoscono e se la riconoscono non tutti sono pronti ad accettarla. E poi la tazzina è simbolo della tradizione italiana del caffè: rappresenta l’italiano che non vuole rinunciarvi ma rinuncia magari al pomodoro di casa per acquistare quello ricco di prodotti chimici solo perché costa di meno.

Tratterai tantissimi temi, ma se dovessi individuarne uno che racchiudesse il tuo spettacolo?
Mi sono resa conto che questo è in realtà uno spettacolo sulla paura. Paura di amare, di riconoscere un sentimento, paura del diverso, dell’omosessuale, dell’immigrato. E’ un reading che narra delle paure delle persone.

Satira a parte, qual è il tuo pensiero sul tema dell’immigrazione?
Io credo che l’integrazione dovrebbe essere a doppio senso. Perché non trarre da questi immigrati degli insegnamenti, delle tradizioni? Non ho una soluzione ma penso che la discriminazione razziale non sia la soluzione. Io sono una persona molto curiosa e questo mi caratterizza anche nell’approcciarmi all’altro.

Porterai il tuo spettacolo in altri luoghi?
Lo spero. Mi piacerebbe portarlo anche in altri paesi della nostra zona. Spero di poter contribuire ad un piccolo cambiamento culturale, perché non si tratta di opporsi ad un colore politico ma si tratta di mentalità. Mi piacerebbe suscitare un’emozione, che sia di rabbia, di consenso, di riflessione. Penso che nelle nostre coscienze ci sia tanto da sviscerare, l’Abruzzo è una terra di persone di cuore, forse abbiamo solo bisogno di essere rassicurati da una politica che non ci rappresenta. La paura gioca il ruolo fondamentale.

Ti sei ispirata a qualche personaggio pubblico, politico o ad altri attori di cinema e teatro nell’elaborare questa tua visione del mondo?
No, mi sono ispirata a quello che ho visto e che vedo. Sentivo la voglia di raccontare qualcosa di scomodo. Io sono provocatrice di natura per cui mi andava di raccontare qualcosa che noi stessi a volte non vogliamo sentirci dire. Forse il fatto di essere anche molto social mi ha dato la spinta per iniziare a lavorare su questi temi. Leggere certe cose sulla mia bacheca di Facebook mi ha fatto capire che era il momento di lavorare su qualcosa che non fosse consolatorio e di farlo con il linguaggio teatrale.

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