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Il calzolaio Giuseppe Ramundi, oltre cinquant’anni di passione e sacrifici foto

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VASTO. Una vita spesa a riparare le scarpe, a costruirle dal nulla, a modellare il cuoio a seconda delle esigenze del tempo. E’ la storia di Giuseppe Ramundi, 85 anni, grande sorriso e un ricchissimo bagaglio di esperienze. Siamo andati a trovarlo per farci raccontare quello che è stato il mestiere della sua vita. Per 24 anni ha lavorato come ciabattino in una bottega del centro storico, ma prima di stabilirsi definitivamente a Vasto ha vissuto 15 anni a Sydney.  Giuseppe discende da una famiglia numerosa, ha 11 fratelli. Suo nonno e il suo papà sono stati calzolai, ma lui aveva il sogno di diventare barbiere.  

“Io volevo fare il barbiere, ma quando sono andato a chiedere per imparare mi hanno detto che avrei dovuto pagare ogni mese la persona che mi avrebbe insegnato, però non c’erano i soldi, così sono tornato a casa e mi sono avvicinato alla bancarella di mio nonno e ho visto lui e mio padre lavorare, così a 9 anni ho imparato il mestiere. Mio padre poi è diventato macellaio, io invece sono rimasto calzolaio.”

Ci racconti della sua vita in Australia.

“Sono partito da solo a 18 anni per l’ Australia e sono stato lì 15 anni, 2 mesi e 17 giorni. Volevo aprire subito una bottega, ma serviva una firma dal governo al quale dovevo restituire i soldi che mi erano stati anticipati per il viaggio. Per un anno ho lavorato nelle ferrovie, poi mi sono informato presso gli uffici di Sidney nonostante le difficoltà con la lingua e mi è stato dato il permesso di affittare la mia bottega. In Australia sono molto onesti, la gente è brava. Avevo tanto lavoro, ma non ho mai assunto nessuno, veniva ad aiutarmi un fratello quando finiva il suo lavoro. Mia moglie l’ho conosciuta in Italia e poi l’ho fatta venire in Australia con me insieme al resto della famiglia. Si stava benissimo lì, guadagnavamo bene e riuscivamo a goderci la vita, ma avevamo sempre nostalgia dell’Italia.”

Oggi esiste ancora qualcuno che vuole imparare questo mestiere, secondo lei?

“Oggi il cuoio non si usa più, se uno apre una bottega è difficile che si faccia la giornata. Prima si mettevano le suole di cuoio o anche di mezza gomma, adesso le scarpe sono tutte di gomma e di plastica. Il cuoio si consumava ma si riparava, adesso quando si consuma una scarpa di gomma bisogna buttarla. Questo mestiere andrà a finire, ma può darsi che le cose cambieranno. Quando ho cominciato io si prendevano le misure e si costruivano le scarpe a mano, poi dopo le guerra sono usciti i macchinari per costruirle e quindi a mano si facevano solo le riparazioni. Ma a me il lavoro non è mai mancato, nemmeno quando sono tornato dall’Australia”.

Ha mai pensato di trasmettere questa passione a suo figlio e ai suoi nipoti?

“Mio figlio era intenzionato ad imparare ma poi ha trovato lavoro e ha lasciato perdere. Mio nipote non si è mai voluto avvicinare. Ma oggi non conviene aprire una bottega, i macchinari costano tanto e se paghi l’affitto non ce la fai. Quando abbiamo cominciato noi si faceva tutto a mano, i macchinari non c’erano e c’era molto più lavoro. Per fare due scarpe carrarmato (che avevano un grande spessore) per i contadini andava via quasi tutta la giornata.

Adesso ha smesso completamente di maneggiare il cuoio e tutti i materiali che le hanno fatto compagnia per una vita intera?

“Adesso non ce la faccio più a lavorare e ho problemi di vista, ma quando posso mi diverto ancora a costruire qualcosa per la famiglia. Ai miei nipoti qualche anno fa ho costruito dei sandali. Non riesco a stare senza fare niente”.

Tra le foto che abbiamo scattato è possibile vedere due macchinari per la lavorazione del cuoio, molto antichi e dal grande valore affettivo. In passato Giuseppe lavorava utilizzandone quattro, due dei quali li aveva ereditati dal nonno. Ci ha mostrato anche un paio di ciabatte che ha costruito per sé, da indossare dentro casa, calzature interamente di cuoio; ci ha confidato però, ridendo, che sono un po’ troppo pesanti da portare e quindi raramente le utilizza.

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