Carla Felice: “Investire sulla diagnosi precoce potrebbe essere una mossa vincente”

La strategia del Veneto e la nuova ricerca sulle Regioni d’Italia più colpite dal Covid-19 del medico vastese

Attualità
domenica 24 maggio 2020
di Lea Di Scipio
Carla Felice: “Investire sulla diagnosi precoce potrebbe essere una mossa vincente”
Carla Felice: “Investire sulla diagnosi precoce potrebbe essere una mossa vincente” © personale

VASTO. A distinguersi sul fronte della ricerca scientifica arriva la giovane vastese Carla Felice che, in questo periodo di emergenza Coronavirus, ha dato il suo grande contributo, riconosciuto peraltro a livello internazionale (Leggi).

Insieme al marito Ugo Grossi, entrambi medici in servizio all’Ospedale “Ca’Foncello” di Treviso, ha trasformato in un’occasione di approfondimento quella che per tutti risulterebbe un’esperienza particolarmente critica.

“Sia io che mio marito lavoriamo in Veneto già da un po' e ci siamo infettati entrambi. Questa situazione ci ha permesso, stando a casa e vivendo i vari sintomi che si presentavano, di riflettere su quello che stava succedendo. Da qui è nata l'idea di ragionare un po' più a fondo sul Covid-19”.

Queste le parole della dottoressa, condivise con la nostra redazione a pochi giorni dalla diffusione della notizia.

Le abbiamo rivolto qualche domanda di approfondimento.

Febbre, mal di gola, tosse e perdita di gusto e olfatto, questi i sintomi con cui si manifesta questa influenza. Com’è nata la ricerca?

"Monitorando quotidianamente i dati, ci siamo resi conto che il Veneto stesse andando diversamente dalla Lombardia. Dall’inizio dei contagi si vede, infatti, come queste due regioni siano partite contemporaneamente, ma poi le curve dei malati si sono divise nel senso che la Lombardia ha avuto molti più casi, mentre il Veneto ne ha avuti di meno. Inoltre, il Veneto ha fatto sì che si facessero molti tamponi, mentre la Lombardia, al contrario, pochi."

Questo cosa ci dice?

"Che facendo più tamponi in Veneto si è permesso di identificare quei pazienti che avevano anche pochi sintomi o, addirittura, chi non aveva fatto, isolarli e contenere in questo modo l'evoluzione della Pandemia. Questo è almeno la nostra teoria nel senso che giustifichiamo la differenza nella diffusione del virus tra le due regioni, perché oggettivamente hanno attuato dei piani di comportamento completamente diversi, tanto da indurre qualcuno a dire che avrebbero potuto fare meglio, di più e bloccare, o quantomeno arginare, il virus sin dall'inizio. Quindi questo è il succo del primo lavoro che è stato pubblicato sulla rivista internazionale Infection control & Hospital epidemiology e poi condivisa dalla Cambridge University Press, in cui abbiamo spiegato e presentato proprio la strategia vincente del Veneto."

E per quanto riguarda la seconda ricerca di cosa si tratta?

"Sempre mentre eravamo a casa durante la quarantena, abbiamo riflettuto sulla condizione degli operatori sanitari e, quindi, essendo anche noi prima linea, abbiamo pensato di diffondere una survey a livello nazionale, a cui potessero partecipare medici, infermieri, operatori socio sanitari, ma anche i tecnici e tutti quelli che lavorano nel settore sanitario, al fine di fotografare l'esperienza che c’è stata nelle varie regioni d'Italia. Sono state raccolte varie informazioni, con domande relative alla propria storia personale, se magari si è stati infettati oppure se si sono avute perdite tra familiari o colleghi, legati al Covid-19, nonché domande generali sui protocolli attuati nella propria realtà locale, la disponibilità o meno dei dispositivi di protezione e, in generale, la percezione che si ha avuta rispetto alla gestione di questa emergenza. Bisogna considerare che un'esperienza del genere non è mai stata documentata finora. È la prima volta che capita di dover gestire una Pandemia del genere in epoca moderna, ovviamente. Quindi è tutto nuovo. Questa survey è stata diffusa a fine marzo e i risultati sono stati già organizzati il lavoro è già stato accettato da un'altra rivista internazionale, Journal of Community Health, e verrà pubblicato a breve. Abbiamo diviso le regioni italiane non singolarmente, ma sulla base della prevalenza dell’infezione, quindi come regioni ad alta o a bassa prevalenza e l’Abruzzo rientra tra quelle a bassa prevalenza."

Quali, volendo sintetizzare, i principali risultati?

"Il link della survey è stato attivo dal 25 marzo al 4 aprile. È stato diffuso tramite social e hanno partecipato 388 operatori sanitari in tutta Italia. Le domande erano 40. I dati analizzati sono stati tanti. Alcuni tra i messaggi più significativi: solo in una minoranza di casi (13%) erano previsti protocolli di screening per gli operatori, pochi (22%) ritenevano i dispositivi di protezione adeguati per quantità e qualità, le donne e gli operatori nei reparti a più elevato rischio di Covid-19 percepivano un maggior carico di lavoro e ritenevano utile un supporto psicologico. Il 18% dei partecipanti ha avuto diagnosi di Covid-19, ma una percentuale maggiore ha presentato sintomi sospetti e, di questi, più del 50% non è mai stato sottoposto a tampone. Il 7% e il 12% dei partecipanti ha dichiarato di aver perso un collega o un familiare, rispettivamente, a causa della Pandemia. La maggior parte dei partecipanti riteneva utile un supporto psicologico (visto il notevole stress), ma solo in pochi avevano un servizio offerto dalla struttura di appartenenza."

In conclusione, il modo per arginare la pandemia sarebbe quello di fare tamponi a tappeto per scovare anche gli asintomatici?

"Sarebbe utile quantomeno estenderli a tutti i sintomatici, cosa non fatta finora in molte parti d’Italia e del mondo. Sicuramente investire sulla diagnosi precoce potrebbe essere una mossa vincente. Tuttavia anche questo va dimostrato con dati su larga scala."