Viaggio in una storia di adozione: “Mi commuovo nel ricordare la prima volta che l’ho visto”

“Non c’è una grandissima cultura dell’accoglienza, non si conoscono bene l’adozione, l’affido”

Attualità
giovedì 06 agosto 2020
di Lea Di Scipio
Viaggio in una storia di adozione: “Mi commuovo nel ricordare la prima volta che l’ho visto”
Viaggio in una storia di adozione: “Mi commuovo nel ricordare la prima volta che l’ho visto” © personale

VASTO. Grazie al fatto di non riuscire ad avere un figlio naturale, abbiamo avuto la grande Grazia di incontrarlo”.

A parlare sono Emanuela e Francesco, due genitori che hanno affrontato il lungo e duro cammino dell’adozione e che, con grande disponibilità e generosità, hanno deciso di condividere con noi la loro emozionante storia.

Abbiamo deciso di proporla in forma di dialogo, lasciando alle loro stesse parole il compito di raccontarla.

Qual è la vostra storia d’adozione?

Il cammino è iniziato, come per la maggior parte delle famiglie, da una gravidanza che non arrivava. Vedere disatteso il desiderio di un figlio è stato causa di dolore, ma poiché avevamo volontà di dare e generare amore, ci siamo chiesti come poterla spendere. E grazie a don Raimondo Artese e al volontariato, abbiamo iniziato a vivere la nostra paternità e maternità a livello spirituale, donando tempo agli altri. Dopo alcuni anni abbiamo iniziato il lungo iter di adozione e l’investimento emotivo è stato tanto, finché, finalmente, è arrivata l’Idoneità. È stato come leggere il test di gravidanza, sai che tuo figlio arriverà. Una gioia infinita! E dopo tre anni siamo stati chiamati. Finalmente diventavamo genitori!

Qual è stato a quel punto il vostro stato d’animo, oltre alla grande felicità?

Paure e difficoltà ci sono state, ma abbiamo sempre avuto uno sguardo di fiducia e non eravamo soli! Oltre ai nostri cari abbiamo ricevuto l’affetto di altre famiglie adottive e affidatarie all’interno di “Famiglie per l’Accoglienza”, di cui facciamo ancora parte. Perché il percorso non si conclude con l’adozione stessa, come non basta concepire un figlio per diventare madre e padre. Attraverso l’associazione abbiamo a disposizione esperti e la possibilità di camminare insieme ad altri genitori. Nessuna famiglia dovrebbe affrontare il percorso da sola! E lo stesso dovrebbe valere per quelle con figli naturali. C’è sempre un momento in cui si ha bisogno di aiuto.

Quale frase rappresenta bene l’emozione che avete provato?

“Attesa colma di amore”. Sì perché l’attesa è stata piena di amore. Molti si lamentano della lunghezza dell’iter. Noi diciamo, invece, che l’attesa non è qualcosa che ci viene tolto, ma è un periodo di preparazione che ci viene dato, fondamentale per affrontare il resto.

Come avete vissuto quel primo momento in cui avete guardato vostro figlio negli occhi?

Siamo andati a prendere nostro figlio all’ospedale, era nato da due settimane. Eravamo emozionatissimi! Ogni volta che penso al momento in cui l’ho guardato per la prima volta mi viene da piangere per la commozione. Ricordo una giornata meravigliosa piena di luce, il cuore mi batteva fortissimo! Lui era sul lettino, le puericultrici ci avevano detto che piangeva, ma nel momento in cui l’ho preso in braccio ha smesso e si è addormentato, abbandonandosi su di me. I dottori e le puericultrici piangevano dalla commozione e una di loro ci disse: “E’ incredibile, ha capito che ora ha tutto quello di cui aveva bisogno!” Devo ringraziare mio marito che ha avuto la lucidità di scattare una foto in quel momento, che è uno dei nostri ricordi più cari.

Cosa cambiereste dell’iter di adozione e cosa vorresti trasmettere di questa esperienza a chi ci legge?

Non cambieremmo nulla. Bisogna capire che la genitorialità adottiva è diversa da quella biologica ed è necessaria una preparazione adeguata e, oseremmo dire, una vocazione. Se è già difficile essere madri e padri biologici, e noi lo possiamo dire perché dopo aver adottato il nostro primo figlio, è arrivato anche un figlio naturale, figuriamoci un figlio che ha un’origine diversa, una cultura diversa, caratteri somatici diversi e, a volte, anche un percorso di grande sofferenza alle spalle.

Cosa direste ad una coppia che desidera un consiglio?

Diremmo sicuramente di non provare di tutto, di non accanirsi fino al limite dell’umano per cercare di avere un figlio naturale, per poi approdare all’adozione come una seconda scelta. Il pensiero non deve essere “Perché purtroppo non siamo riusciti ad avere un figlio naturale, ora ci troviamo con un figlio adottivo”, ma “Grazie al fatto di non riuscire ad avere un figlio naturale, abbiamo avuto la grande Grazia di incontrare nostro figlio”. Questo è l’approccio migliore, che ti fa superare tutti gli ostacoli con entusiasmo, forza e coraggio. Una delle prime frasi che ci è stata detta da un amico dell’Associazione è “Non si adotta per un di meno, ma si adotta per un di più”, cioè la coppia che si approccia all’adozione non è una coppia sfigata, ma è una coppia che ha tanto di più da dare.

Quali le gioie e quali le preoccupazioni che una coppia si trova a vivere?

Le gioie sono tantissime, come per tutti i genitori, anche naturali, ci sono grandi fatiche e grandi gioie con i figli. Con i figli adottivi c’è qualche preoccupazione in più, soprattutto la paura che dall’esterno gli possano arrivare dei messaggi sbagliati perché non c’è una grandissima cultura dell’accoglienza, non si conoscono bene l’adozione, l’affido. Oltretutto c’è ancora tanto razzismo e tantissimi figli adottati, come il nostro, sono italianissimi, ma hanno tratti somatici diversi.