«Il coraggio di un vescovo che rischiò la vita per salvare gli ebrei»

A Vasto la presentazione del libro di Liberatoscioli su Giuseppe Venturi

Cultura
Vasto giovedì 04 aprile 2019
di Christian Dursi
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‘Il coraggio di un vescovo che rischiò la vita per salvare gli ebrei’
‘Il coraggio di un vescovo che rischiò la vita per salvare gli ebrei’ © Vastoweb

VASTO. «Nel contesto della Seconda Guerra Mondiale la nostra diocesi ha operato in modo efficientissimo per salvare il maggior numero possibile di ebrei». È con queste parole che il prof. Luigi Murolo ha introdotto l’opera di Giuseppe Liberatoscioli, sacerdote di Orsogna, direttore dei beni culturali della diocesi di Chieti-Vasto e dell’archivio diocesano, il quale ha condotto una lunga e laboriosa ricerca, incentrata sulla figura dell’arcivescovo Giuseppe Venturi, che ha infine prodotto un volume di quattrocento pagine dal titolo "È veramente ebreo! Giuseppe Venturi e gli ebrei (1938-1944)", la cui presentazione a Vasto è avvenuta il 2 aprile nella Sala Giovanni XXIII di via Buonconsiglio.

Il libro è il risultato di un lavoro di ricerca e studio delle fonti durato quindici anni nei quali don Giuseppe Liberatoscioli ha consultato una mole di documentazione archivistica ed è entrato in contatto con i testimoni ancora in viva della seconda guerra mondiale allo scopo di restituire valore storico all’azione di protezione di Giuseppe Venturi, arcivescovo di Chieti-Vasto dal 1931 al 1947, nei confronti degli ebrei perseguitati dalle leggi razziali durante il regime fascista e internati nel territorio della diocesi nei mesi dell’occupazione tedesca.

Una figura esaltata soprattutto per il ruolo di mediazione che fu provvidenziale per evitare lo sfollamento di Chieti e la sua distruzione nel momento cruciale del crollo della linea Gustav, che il sacerdote di Orsogna ha studiato sotto un aspetto sinora sottovalutato o addirittura negato.

"È veramente ebreo! Giuseppe Venturi e gli ebrei (1938-1944)" è un testo che indaga gli atti del vescovo di Chieti-Vasto rispetto alla persecuzione ebraica, a partire dal suo inserimento nell’ordinamento giuridico rappresentato dall’emanazione delle leggi razziali del novembre 1938. Attraverso le fonti l’autore ha dimostrato il comportamento celato ma imprescindibile da parte di Venturi per sottrarre gli ebrei residenti nella diocesi agli effetti della legislazione “per la difesa della razza italiana”.

Liberatoscioli ha distinto il caso di una bambina, figlia di madre cattolica e di padre ebreo, per la quale il vescovo dispone che il battesimo, avvenuto tre anni dopo la nascita nell’ottobre 1938, venga retrodatato nei documenti al 1935 in quanto la legge affermava che in situazioni familiari analoghe fosse ebreo chi non era stato battezzato fino al 1° ottobre del 1938.

E quando, dopo l’armistizio, l’occupazione tedesca si estende anche all’Abruzzo e nell’autunno del 1943 il fronte si attesta sulla linea Gustav tagliando in due la regione, Venturi opera per cercare di aiutare gli oltre trecento ebrei stranieri tradotti in provincia di Chieti e internati dal 1940 nei campi di concentramento, favorendone la fuga o nascondendoli negli istituti religiosi in modo da salvarli dalle imminenti retate dei tedeschi.

Don Giuseppe, grazie ad epistolari, diari e testimonianze dei sopravvissuti, ha anche ricostruito la vita di alcuni di questi ebrei, tra i quali non pochi purtroppo hanno infine compiuto il viaggio che dall’Abruzzo li ha condotti ad Auschwitz.

«Attraverso questa ricerca ho appurato che monsignor Venturi ha organizzato una rete sul territorio al fine di aiutare, contro la volontà dal regime che non permetteva che le leggi antiebraiche venissero osteggiate in alcun modo, le centinaia di ebrei stranieri internati in provincia di Chieti. Vi è una lettera indirizzata alla Santa Sede del febbraio 1944 in cui il vescovo ringrazia il Santo Padre per il contributo economico ricevuto proprio per gli ebrei perseguitati.

Inoltre, ho constatato che grazie alla sua intercessione in tanti sono stati salvati dalla deportazione. Su 366 ebrei in provincia di Chieti, 42 sono stati deportati ad Auschwitz, dei quali tutti eccetto uno hanno lì trovato la morte. La gran parte degli altri è riuscita ad avere salva vita» ha spiegato il sacerdote di Orsogna.

«Il mio è stato un lavoro che getta luce su una vicenda che troppo a lungo è rimasta trascurata o negata. Mi auguro che il mio libro sia anche un punto di partenza per nuovi studi che approfondiscano ulteriormente questa tragica storia che ha riguardato la nostra terra e che pertanto fa parte della nostra memoria» ha concluso Don Giuseppe Liberatoscioli.