Smart-working nel pubblico impiego: tra regolarizzazione e tele-controllo

mercoledì 27 maggio 2020
di Claudio de Luca
Smart-working
Smart-working © Elysium Post

ABRUZZO. Durante il ‘lockdown’, come già abbiamo avuto occasione di scrivere, il 25% dei lavoratori italiani ha collaudato il ‘lavoro da casa’, che - soltanto impropriamente - viene definito ‘smart working’. Occorre essere grati a questo meccanismo che permette di collegarsi, in video ed in voce, al fine di simulare le riunioni d'ufficio, pur restando dietro il tavolo di casa con indosso una tuta. In effetti, se un Comune stabilizza una quota di lavoro da casa per i suoi dipendenti (diciamo il 30%), chi lavora fra le mura domestiche risparmia: 1) i tempi impiegati per andare e venire tra casa ed ufficio; 2) i soldi per i tragitti, gli abbonamenti ferroviari, i ‘ticket’ per la circolare e la benzina per l'auto. Però, lavorare da casa, comporta comunque dei costi: più corrente elettrica, più climatizzazione, carta ed inchiostro per la stampante e la spesa alimentare che lievita. Insomma, un tinello non è un ufficio; ragion per cui ritenerli simili non può essere considerato proprio automatico. Nel migliore dei mondi possibili (ma il nostro non lo è), un'azienda ed un lavoratore onesto analizzerebbero costi e vantaggi e dividerebbero il saldo. Nel mondo reale, purtroppo, rischia di aprirsi una fase diversa. Il Comune ti tiene a casa per risparmiare, dal momento che pensa di controllare - per via digitale – la tua produttività. Ma, se il lavoratore approfitta, stando a casa sua, di mescolare il lavoro pubblico a quello privato, tutto retribuito dall'azienda? E’ questo che occorrerebbe evitare, ripartendo equilibratamente doveri e diritti tra chi mette l'opera e chi mette i capitali.

Dunque, meno cartellino ma più risultati. C'era un tempo in cui all'impiegato comunale poteva bastare la strisciata del ‘badge’ per poi aspettare la fine del turno dietro alla scrivania, magari oziando. Invece, col lavoro da casa, occorre cogliere la palla al balzo per cambiare turni e modalità di attività dei dipendenti. Almeno quelli amministrativi. Perciò, d'ora in poi, deve contare il numero delle pratiche sbrigate, anche accanto al sofà, stando a casa, senza timbrare la presenza. Da quando è iniziata l'emergenza coronavirus, tanti enti locali hanno avviato la pratica del lavoro agile, svolto da casa. Ma poi molte risorse umane torneranno in ufficio, un poco alla volta. Però sarebbe buona cosa che una certa fetta continuasse a lavorare da casa, in applicazione di una seria pianificazione da formalizzare con deliberazioni, determinazioni e quanto di altro, in via permanente ed a rotazione. Naturalmente dovrebbero essere esclusi i profili professionali legati al cosiddetto ‘front-office’ a cui attende chi ha rapporti diretti con gli utenti: dai vigili alle insegnanti, agli sportellisti dell’Anagrafe. Per gli altri invece il tele-lavoro potrebbe diventare pratica ordinaria e non più straordinaria. L'operazione interesserebbe i contabili della Ragioneria, i legali dell'Avvocatura, l'Ufficio toponomastica, l'Ufficio statistica, l'Ufficio Stampa, i dipendenti che si occupano dei progetti e dei finanziamenti europei.

Però occorre creare le condizioni affinché il lavoro agile diventi una modalità ordinaria di operatività. Affinché ciò possa avvenire, occorre piena disponibilità da parte dei dipendenti che devono affrontare la novità con spirito attivo. Perciò occorre che ogni Esecutivo comunale affini gradualmente il modello organizzativo di modo che la ‘macchina’ del lavoro agile sia reattiva rispetto ai bisogni di una società dinamica ed in continua trasformazione.

In tal modo ogni Comune potrebbe anche risparmiare, tra bollette e spazi che si riducono. Per valutare chi, a rotazione, lavorerà da casa, conterà il rendimento, in base ai progetti definiti dai dirigenti dei vari uffici. Progetti che, ad oggi, non ci sono perché il cosiddetto ‘lavoro agile’ è iniziato
in piena emergenza solo per rispettare le direttive del Governo. Ma, se andasse a regime un po’ dovunque, il controllo dovrebbe essere mirato,
codificato razionalmente per iscritto, ausiliato da un controllo sistematico che tenga in continuo collegamento il centro di deposito telematico con i ‘personal’ da ciascuno conservati in casa. Se, preliminarmente, non si creano condizioni di questo genere, riuscirebbe cosa inutile pensare di essersi organizzato per il lavoro agile.

Claudio de Luca