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"Regole certe o Fiat non investirà piùin Italia", Marchionne

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TERMOLI. Mezz’ora scarsa di intervento, intervallata da alcuni applausi e un’attenzione spasmodica ad ogni parola pronunciata da Sergio Marchionne, numero uno operativo del gruppo Fiat.

Questo l’evento clou avvenuto oggi in Sevel, lo stabilimento di Atessa che impiega nel sito produttivo tra i più grandi d’Europa oltre seimila addetti diretti e quasi altrettanti coinvolge nell’indotto.

Quella che una volta veniva definita come la Valle della morte, per il destino segnato dei giovani costretti a emigrare altrove, oggi è una delle realtà produttive più avanzate del mondo, capace di sfornare un Ducato al minuto, 250mila l’anno e che con investimenti per 700 milioni di euro rappresenterà la quarta scommessa di Fiat in Italia, dopo Pomigliano, Grugliasco e Melfi.

Ma non più a queste condizioni di incertezza sul quadro politico-normativo-sindacale. Una sorta di ultimatum, quella dell’amministratore delegato del gruppo Fiat, che da abruzzese doc ha ricordato le virtù di un popolo che non si è mai arreso.
Troppo profonda la ferita inferta giorni fa dalla Consulta, che ha sancito il diritto tout-court alla rappresentanza in stabilimento.

All’esterno dello stabilimento Sevel i sindacati oltranzisti hanno animato con cori, manifesti e striscioni il loro dissenso, prendendosela anche con la stampa asservita – ma in modo puerilmente generalizzato – con le istituzioni e persino con l’arcivescovo Bruno Forte.

L’attesa in fabbrica è stata febbrile con cordoni di operai ad attendere il loro ‘Capo’, accolto con un battimani convinto, preceduto da sindacalisti nazionali, esponenti istituzionali abruzzesi, autorità di ogni livello e vertici delle forze dell’ordine.

Un cerimoniale piuttosto spartano, con il prologo affidato al direttore di stabilimento Carlo Materazzo e poi a lui, in tenuta solitamente casual, una t-shirt scura in luogo del celeberrimo maglione, pantaloni scuri e scarpe nere.

Per Marchionne la Fiat dal 2004 ad oggi ha triplicato il fatturato, da 27 a 84 miliardi, allargando il mercato in tutto il mondo, quando avrebbe potuto anche portare i libri in tribunale. Invece si è scommesso su Chrysler e ora sugli stabilimenti italiani, con attrezzamenti da miliardi di euro, che però potrebbero essere gli ultimi se non si darà modo all’azienda di governare senza conflittualità i processi di produzione.

Il caso Fiom, dunque, come spartiacque del futuro. Marchionne ha dichiarato di voler incontrare Landini, aderendo alla richiesta formulata dal leader più agguerrito, ma non è disposto a negoziare accordi passati in giudicato con il favore della maggioranza dei lavoratori.
Il suo obiettivo è di rafforzare un gruppo che impiega 215mila dipendenti nel mondo e che vuole trainare la ripresa nel Paese, facendo così appello a politica, sindacato, università, associazioni di categoria e mondo imprenditoriale.

Nel parterre il governatore Chiodi, il presidente della Provincia Di Giuseppantonio, il leader della Cisl Bonanni e il segretario generale del Fismic Di Maulo, solo alcuni tra le decine di personalità che gremivano fino alla terza o quarta fila dell’uditorio ricavato in un’area dello stabilimento.
Una prospettiva di sviluppo che non può non riguardare anche il Molise, viste le centinaia di persone che quotidianamente si spostano in Val di Sangro per andare al lavoro, con la speranza che quella velocità doppia con cui il Lingotto ha attraversato questo doppio quadriennio, porti frutti e che soprattutto si eviti che Marchionne e la famiglia Agnelli decidano di abbandonare i futuri programmi di sviluppo produttivo in Italia a causa delle tensioni sociali e dei conflitti sindacali.

La posta in palio è troppo alta e come ha detto Marchionne, giusto è tutelare i diritti, purché non si muoia di soli diritti.

Emanuele Bracone

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