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Brunetti: “Insegnare a vivere, riflettendo sul senso dell’esistenza”

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VASTO.  Il suono della campanella in questi giorni scandisce l’inizio del nuovo anno scolastico, e ci richiama a riflettere sui principali, complessi e delicati temi, come  scuola, educazione, alunni, conflitto insegnanti- genitori. Lo facciamo con il professor Guido Brunetti che ci ha concesso questa intervista. Che risulta chiara, articolata e documentata.

“Da tempo, i maggiori studiosi -spiega Brunetti-  sottolineano con forza l’esigenza di una “riforma profonda” dell’educazione, la quale ha come suo principale mandato quello di “insegnare a vivere”, come aveva già sostenuto Rousseau. Per conseguire questo obiettivo, occorre “individuare” gli elementi e le “carenze” del nostro vivere, soprattutto in relazione all’insegnamento, ai suoi contenuti, al ruolo e alla figura degli insegnanti.

Lo sforzo è quello di evitare di lasciare ai nostri figli, impegnati ad affrontare l’avventura della vita, “un pianeta degradato”, ma identificando solide strategie per realizzare le grandi scelte esistenziali e formare personalità mature, libere e responsabili.

Per insegnare a vivere -aggiunge- occorre partire  “dalla conoscenza della conoscenza” a cominciare dalle classi elementari sino all’ Università. Si tratta di un principio che va oltre il metodo di  insegnare a leggere, scrivere e far di conto, in quanto è diretto a sviluppare nell’individuo la capacità riflessiva, la coscienza e l’autocoscienza. Importante al riguardo è collegare cultura scientifica e cultura umanistica. Insegnare cioè a “legare” i saperi, a sviluppare e “dirigere” la propria mente.

Sono molteplici i fattori che sono all’origine della crisi della scuola. Nel tempo, si è sviluppata una cultura adolescenziale legata a fenomeni di aggressività, violenza, arroganza. I sistemi educativi, con la loro tendenza a “ridurre” l’apprendimento all’acquisizione di competenze tecniche a scapito delle competenze esistenziali e dei temi vitali, si allontanano dalla vita, poiché “ignorano” i problemi del vivere.

I docenti sono afflitti da problemi profondi: burocratizzazione, deterioramento del proprio  ruolo e del proprio prestigio, conflitti  permanenti con i genitori, sempre più arroganti e protettivi (in quanto inconsciamente si sentono in colpa), demoralizzazione, rassegnazione. L’educazione è fondamentalmente “malata”.

La crisi dell’insegnamento è legata poi  alla crisi della cultura, la quale conduce sempre più ad una “incultura generalizzata”. Una crisi globale, che coinvolge la civiltà, la società e la democrazia. E’ in sostanza la crisi di una umanità dominata dalle tecnologie, dall’economia, dagli egoismi e dai conflitti sociali e culturali.

La nostra è la “civiltà del rischio, dell’incomprensione e dell’incertezza”. Una civiltà che “fabbrica catastrofi culturali, politiche ed economiche in maniera sistematica” (Lagadec). E’ un fenomeno planetario che genera ansia, aggressività, violenza, odio, invidia e gravi conflitti. C’è una “degradazione” della coscienza e dei comportamenti. La nostra è una civiltà dell’eccesso, che i greci chiamavano hybris.  E’ il pianeta intero a “soffrirne”.

C’è pericolo- come concorda Morin- per la cultura. La cultura di massa e soprattutto Internet condizionano non solo bambini e ragazzi, ma la stessa società. Internet fornisce “una gigantesca accozzaglia di saperi, dicerie, credenze di tutti i generi. Una sorta di “scuola selvaggia”, che assedia la scuola ufficiale. I media e sempre più la Rete stanno “colonizzando” il nostro mondo, la nostra cultura umanistica, il nostro insegnamento. E’ in atto una mutazione antropologica dagli sviluppi incerti e preoccupanti.

Il mondo ha assunto la forma di un “modello prometeico”, fatto che ha prodotto individualismo, egoismo,  solitudine, ansia ed angoscia, insieme con il potere del denaro, il consumismo e vivere qui ed ora, senza cioè una dimensione di progettualità.

Chiediamo al nostro illustre interlocutore che cosa fare. Dice: “Una rigenerazione della cultura e dell’insegnamento, tesa ad assicurare lo sviluppo di una integrazione armonica fra il corpo (cervello), la mente e l’anima attraverso un processo che sviluppi un sistema affettivo e cognitivo fatto di attaccamento, empatia, gioia, amore, solidarietà e altruismo.  Si tratta di una direzione finalizzata a superare ciò che l’ Homo sapiens-demens ha creato: l’odio, la malvagità, l’invidia. In questo senso, la scuola deve porsi come “guida” nell’insegnare a vivere, riscoprendo la grande lezione di Socrate: suscitare continuamente l’arte della maieutica, del dialogo, producendo e diffondendo conoscenze (Aristotele), interrogandosi sull’apparenza della vita (Platone) e reinventando il mondo. Un insegnamento che sappia suscitare curiosità, attenzione, interesse, cooperazione ed emulazione. Si impone senza imporre niente”.

“L’educazione -aggiunge- mira a comunicare la conoscenza”, ma è “cieca” rispetto a ciò che è la conoscenza umana. Anzitutto, la conoscenza della personalità del ragazzo, le sue disposizioni, i suoi caratteri cerebrali, mentali, sociali e culturali”.

Un altro rilevante problema   consiste “nell’educare gli educatori” (“Quis custodiet custodes?”). Anche qui vale il principio che bisogna “ apprendere ad apprendere”: analizzare, separare, collegare, sintetizzare. E’ importante che gli insegnanti si “auto educhino” con l’aiuto degli educati. Un metodo che esige l’esame di sé, l’autoanalisi, l’autocritica. Un sistema educativo espresso attraverso l’Eros, la passione, l’entusiasmo, la creatività (Platone). Questo nuovo paradigma conduce alla riforma di pensiero e all’etica della comprensione, ossia alla conoscenza della nostra condizione umana, in relazione  alla sua natura biologica, psicologica, mentale e sociale”.

Emerge – afferma il noto scrittore- un insieme di questioni che fanno riferimento allo stato dei rapporti genitori-insegnanti-alunni sempre in conflitto; ai molteplici episodi di violenza che si ripetono nelle scuole. E poi, lo stress dei docenti; il disordine della comunicazione; la preparazione degli insegnanti. Colpa dei genitori che “rinunciano” alla funzione educativa, dicono nel mondo della scuola. Colpa degli insegnanti che “non sanno fare il loro mestiere”, “non sono preparati e non collaborano”, sostengono i genitori. Che spesso hanno un atteggiamento narcisistico e di complicità verso i figli, i quali a loro volta mostrano mancanza di impegno, di responsabilità, di maturità emotiva, anche se sanno usare le  nuove tecnologie in una scuola ancora organizzata sul modello degli anni Cinquanta. E’ una condizione già descritta due mila anni fa  da Petronio nel suo Satyricon. “Degni di rimprovero sono i genitori che non esigono per i loro figli una severa disciplina della quale possano trarre giovamento…Essi devono abituare gradualmente i giovani alle fatiche, lasciare che si imbevano di letture serie e che conformino gli animi ai precetti della sapienza…Invece, i fanciulli nelle scuole giocano”.

E’ la decadenza dell’educazione in una società decadente.

Professor Brunetti, come concludere? “Soprattutto a partire dagli anni Settanta, la scuola, come rileva un autorevole studioso, Angelo Panebianco, è stata oggetto di una “politica dissennata” e trasformata in una “macchina” per la produzione di “posti” per diplomati e laureati a prescindere da qualsiasi verifica sulla loro preparazione e sulla “qualità” dell’insegnamento. Si tratta di un orientamento che “non è cambiato” per “colpa” dei politici e degli italiani. Il “disinteresse” del Paese per i problemi educativi ha impedito di costruire una “scuola di qualità”. Che passa attraverso una rifondazione della pedagogia e delle cosiddette scienze dell’educazione. Le quali se vogliono  sopravvivere devono fondarsi sui dati che provengono dalle neuroscienze, un fecondo campo di studio che ha realizzato in questi ultimi anni straordinari progressi”.

 

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