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Fotografia per passione, l’intervista a Brunella Fratini

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VASTO. Oggi Vasto Web ha voluto intervistare un’artista che si occupa di fotografia. Il suo nome è Brunella Fratini, che ci ha dedicato parte del suo tempo per raccontarci com’è nata questa passione e cosa le interessa principalmente. Brunella è nata a Pianella, in provincia di Pescara, ma vive a Vasto da circa dieci anni.

Raccontaci com’è nata la tua passione per la fotografia.

Ho sempre avuto questa passione perché mio padre possedeva una macchina fotografica, di quelle analogiche, che poi ho imparato ad utilizzare anche io. Era di quelle antiche, quasi del tutto meccanica. All’età di 9 anni ne ho comprata una automatica, una Kodak gialla e da allora ho iniziato a fotografare le prime cose come hobby. Intorno ai 20 anni è iniziata la mia vera attività in compagnia di alcuni amici, diventati poi anche loro fotografi. Avevamo un laboratorio con una camera oscura per sviluppare le foto. Ho sempre avuto la passione per tutto ciò che è visivo, la bellezza visiva mi ha sempre affascinata e da sempre subisco il fascino del colore. Poi per alcuni anni ho lavorato come giornalista per cui per un periodo ho accostato la ricerca fotografica a questo tipo di lavoro. Successivamente invece ho ripreso in mano completamente la passione  per la fotografia dedicandomi alla ricerca visiva poiché mi sono accorta che si trattava di un linguaggio che sentivo più mio rispetto alla scrittura.  In modo molto naturale sono andata alla ricerca di un modo per poter esprimere le emozioni e l’ho individuato nella fotografia, che era un modo per immortalare le emozioni e per condividerle. Poi ho affinato nel tempo la tecnica e la ricerca cercando di lavorare su cose che potessero diventare terreno nel quale gli altri potessero camminare. Cose che potessero somigliarmi. Ho dato inizio a progetti di vario tipo.

Hai studiato da autodidatta?

Sì nel senso che non ho fatto una vera e propria scuola, ho seguito molti corsi e ho avuto modo di apprendere alcune tecniche anche seguendo il lavoro di fotografi che amo.

Cosa è successo con il tuo arrivo a Vasto?

E’ stato un punto di svolta per il mio lavoro perché ho iniziato a focalizzarmi sul paesaggio in modo diverso. Ho iniziato ad utilizzare i paesaggi abruzzesi e di altre regioni come luoghi che rappresentassero delle emozioni. Lì ho ricreato delle messe in scena e delle storie in singoli scatti. La zona di confine tra Abruzzo e Molise mi ha sempre molto affascinato, perché amo i posti apparentemente vuoti ma ricchi di contaminazioni culturali profonde.

Cosa rappresenti nei tuoi lavori?

La mia ricerca è iniziata dal paesaggio in quanto tale, però adesso lo utilizzo per esprimere dei concetti. Vado oltre il semplice paesaggio. Ad esempio ho fatto un lavoro chiamato Lego Beach, in cui appare un paesaggio completamente vuoto. In realtà si tratta di uno spazio in cui è possibile assistere ad uno svuotamento dei piccoli centri della costa nella stagione invernale e questa è una cosa che mi ha sempre affascinato. Vedevo questo luogo come uno spazio dalla  vitalità infinita. Sono territori che si trasformano nel passaggio dalla stagione estiva a quella invernale e riacquistano diverse sembianze un po’ come per le costruzioni dei bambini: in estate costruisci un paesaggio e in inverno lo smonti, dando vita a tutt’altro aspetto. Con lo svuotamento di questi centri noi ritroviamo uno spazio che ci viene precluso d’estate, per esempio dov’è il mare. Naturalmente dietro questo amore per gli spazi “vuoti” si nasconde un certo spaesamento, dovuto alla continua ricerca della propria identità.

Un altro lavoro a cui tengo molto è Sea Space, che ho realizzato applicando le istallazioni artistiche alla fotografia. Il rapporto con lo spazio mi affascina moltissimo, cioè mi affascina creare un lavoro che si relazioni con lo spazio in quel dato momento in cui lo espongo. Una cosa che c’è e poi finisce. In Sea Space c’è un racconto sull’infanzia che ho rappresentato con delle immagini del mare pensate per essere proiettate in maniera immersiva. Ho voluto creare uno spazio-mare in cui far entrare il visitatore. Qualche anno fa invece ho realizzato un lavoro poi esposto ad Art in the dunes, la manifestazione che si svolge a Punta Penna. Il tema era la “Crisi”, ed era il 21 giungo. Io ho portato una ruota e nell’ultima ora di luce – prima dell’avvento dell’estate – ho chiesto alle persone di posizionarla in un punto della Riserva e poi ho scattato le foto. Ho immortalato quindi il moto perpetuo della luce. I miei lavori sono sempre fortemente simbolici, io non metto mai nulla a caso nelle scene che creo.

Qual è secondo te la percezione che in Italia si ha del mondo della fotografia? 

La fotografia è sempre stata una sorellastra rispetto alle altre discipline artistiche ed ora secondo me lo è ancora di più perché con l’avvento del digitale e con il bombardamento di immagini prive di finalità ha perso un po’ di valore. Il problema  dei fotografi dell’ultima generazione è che hanno un occhio abituato ad una certa qualità visiva per cui i lavori si somigliano tutti. C’è pochissima originalità, pochissima testa. La fotografia è inoltre vista con molto scetticismo dal mondo dell’arte contemporanea anche perché ha una riproducibilità diversa rispetto a quella del quadro.

Sabato 18 febbraio a Pescara alle ore 18.30 ci sarà l’inaugurazione della mostra di Brunella, visitabile fino al 4 marzo. Si terrà negli spazi dell’agenzia delloiacono COMUNICA, in via Galileo Galilei. Brunella si dice molto felice di poter esporre i suoi lavori a Pescara, una terra a lei molto cara dove ha vissuto e lavorato per tanti anni. Si tratta di una mostra che raccoglie diversi lavori provenienti da quattro diversi progetti, a partire dagli anni ’90 sino ad oggi, alcuni realizzati in pellicola. La mostra è curata da Daniela Pietranico. 

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