​Test di ammissione, l’incubo dei futuri universitari

Vasto domenica 06 ottobre 2019
di Sabina Sestu
Test di ammissione
Test di ammissione © https://catania.liveuniversity.it

ABRUZZO. Finite le ansie della maturità iniziano quelle dell’università. Neanche il tempo di riprendersi dal tour de force degli esami di maturità che già dopo pochi giorni i giovani diplomati hanno ripreso in mano i libri. Addio vacanze spensierate, addio viaggio premio all’estero per riprendersi dal faticoso ultimo anno. Le ragazze e i ragazzi che hanno deciso di iscriversi ad un corso di studi universitario hanno studiato, tra luglio e agosto, il libro dei test di ammissione per poter accedere alla facoltà dei loro sogni. E considerato che le conoscenze richieste per poter fare l’ingresso trionfale nel tanto sospirato ciclo di studi non sono di poca importanza, per alcuni (speriamo non tanti) l’ansia di essere respinti e non poter frequentare il corso universitario tanto agognato ha giocato brutti scherzi.

“Se non passo il test per poter accedere a psicologia, riproverò il prossimo anno”, ha detto una giovane studentessa. Già, se non si è passato il test di ammissione alla facoltà scelta che si fa? Si ripiega su uno dei corsi a numero aperto o si dice addio all’idea di diventare uno studente o studentessa universitaria? Non è una scelta da poco, ne va del proprio futuro lavorativo. I dati parlano chiaro, solo il 19,3 per cento degli italiani, tra i 25 e i 64 anni di età, possiede un titolo di studio universitario. Nel Mezzogiorno i giovani adulti tra i 25 e i 39 anni che possiedono una laurea sono il 17,9 per cento. Numeri molto lontani dall’obiettivo europeo di portare la percentuale dei laureati al 40 per cento della popolazione. Eppure i tassi di passaggio dalle scuole superiori all’università si attesta al 50,3 per cento (circa il 45 per cento nel Mezzogiorno). Certo solo la metà dei diplomati italiani decide di iscriversi all’università, ma quanti di loro si arrendono di fronte alla propria sconfitta al test di ammissione per la facoltà scelta? Difficile dirlo, visto che non si hanno dati disponibili al riguardo. È anche difficile fare un paragone tra chi si è iscritto all’università prima della riforma e le nuove leve universitarie; tempi diversi, società diversa.

Di certo sappiamo che le ragazze sono più determinate dei ragazzi nel raggiungere i propri obiettivi universitari, sono più istruite dei loro colleghi maschi e riescono ad ottenere maggiori vantaggi occupazionali al crescere del livello istruzione. Ma nel complesso i tassi di occupazione femminile restano ampiamente inferiori a quelli maschili. Il titolo di studio offre alle donne più possibilità di accedere ai posti di lavoro che richiedono la loro specializzazione, ma è più difficile che questi si concretizzino in un contratto a tempo indeterminato. A penalizzare le donne è anche la scelta della facoltà. Le ragazze risultano più propense, infatti, ad iscriversi in facoltà umanistiche, proprio le meno richieste dal mercato del lavoro. Le facoltà scientifiche fanno paura alla maggior parte degli studenti, pochi si trovano a proprio agio tra numeri e complicate formule matematiche, ma sono quelle che vanno per la maggiore, non solo in Italia ma a livello internazionale.

Ma un titolo terziario (così vengono definiti i corsi di studio post-diploma) ripaga in ogni caso. Sono in netta discesa, infatti, i posti di lavoro a disposizione dei giovani senza un titolo di studio. Le specializzazioni contano, eccome se contano quando si presenta il curriculum a un probabile datore di lavoro. Nella classificazione dell’Isced 2011 (International Standard Classification of education, la classificazione dello standard internazionale dell’educazione dell’Unesco) possedere almeno un livello 5 di istruzione è il minimo per poter accedere da professionisti nel mercato del lavoro e poter spuntare uno stipendio di tutto rispetto. Ma i corsi terziari di ciclo breve professionalizzanti, che richiedono almeno due anni post-diploma, in Italia non hanno avuto una grande presa. In altri paesi europei i giovani diplomati possono frequentare dei corsi professionali che immettono i giovani nel circuito lavorativo, senza frequentare l’università, dandogli la possibilità di iniziare a lavorare da professionisti nel giro di pochi anni. Per essere competitivi e appetibili nel mercato del lavoro, non solo italiano ma anche globale, è però certo meglio possedere una laurea, frequentare un master e raggiungere i gradini più alti dell’istruzione accademica.

A tutti quegli studenti che si chiedono se sia o meno il caso di iscriversi all’università e di finire con profitto tutto il corso di studi, basterebbe dare uno sguardo alle grandi opportunità offerte dal mercato globale ai più specializzati, non solo in campo scientifico ma anche in quello umanistico. La sfida dell’università italiana, per mantenere fede all’impegno assunto dall’Ue di far conseguire una laurea al 40 per cento dei giovani europei, è quella di incoraggiare i propri diplomati ad accedere liberamente al corso di studi per cui si sentono portati. E i test di ammissione non sembra che agevolino questo processo.