La storia dei fratelli Pomilio di Chieti: 9 imprenditori geniali

La loro storia nelle parole di Arturo Cauli

Vasto lunedì 06 aprile 2020
di La Redazione
La storia dei fratelli Pomilio di Chieti: 9 imprenditori geniali
La storia dei fratelli Pomilio di Chieti: 9 imprenditori geniali © Web

ABRUZZO. I fratelli Pomilio di Chieti, i nove imprenditori geniali e concreti che lasciarono un’impronta indelebile nella prima metà del ‘900 nei settori Aeronautico e Chimico, in Italia e in America.

Se qualcuno chiedesse: “Chi sono stati i più grandi, moderni, visionari e concreti industriali abruzzesi della prima metà del ‘900 ?” . La risposta non potrebbe che essere: “I nove fratelli Pomilio di Chieti”.

Essi costituirono la più importante dinastia abruzzese di imprenditori che ha dato impulso e lustro allo sviluppo industriale in Italia e in Abruzzo. Tutti i fratelli - ad eccezione di Federico che divenne avvocato- si formarono negli studi ad indirizzo tecnico-scientifico ed economico : Alessandro, Carlo e Ottorino si laurearono in Ingegneria; Umberto in Chimica; Amedeo, Ernesto, Giuseppe e Vittorio si laurearono in Scienze Economiche. A spingerli nel mondo industriale fu il loro genitore Livio, ingegnere capo della Provincia di Chieti in Età Giolittiana, al cui nome sono legati la progettazione della Caserma Berardi di Chieti, del ponte sul fiume Pescara che collega Chieti con Villanova di Cepagatti, tanti edifici pubblici e molte opere viarie. Dopo gli studi universitari tutti i fratelli, cosa insolita per quei tempi, perfezionarono la loro preparazione all’estero, per lo più in Germania, Francia, Inghilterra e Svizzera, per riportare, poi, in patria quelle competenze che consentirono loro di ottenere grandi successi nei rispettivi campi d’intervento.

Amedeo (n.1882- m.1963), in particolare, fu una delle principali figure di riferimento della storia produttiva ed economica regionale e primo presidente dell’Associazione degli Industriali d’Abruzzo. Anche lui fu un imprenditore idealista e attento al suo Territorio, precorse i tempi e i modelli di impresa con alcune intuizioni fortemente innovative sul piano commerciale, relative al marketing ed alla produzione. Fu lui l’artefice del recupero, nei primi anni Venti del secolo scorso, di una struttura in origine pensata per ospitare uno stabilimento balneare e poi trasformato in opificio per la produzione del famoso liquore "Aurum". Quel progetto di trasformazione fu affidato al grande architetto fiorentino Giovanni Michelucci ( ndr : Michelucci fu tra l’altro anche il progettista della stazione di S. Maria Novella in Firenze). Quella innovativa struttura architettonica con la forma “a ferro di cavallo”, ubicata nel suggestivo scenario della pineta dannunziana di Pescara venne progettata per ospitare, nell’arena all’aperto, eventi e spettacoli per il personale, anticipando nel tempo gli attuali principi di responsabilità sociale portati avanti successivamente da illuminati capitani d’industria il cui massimo esempio risponde al nome di Adriano Olivetti.

Ottorino studiò al liceo classico Giambattista Vico di Chieti e, dopo la maturità liceale, si trasferì a Napoli per frequentare la facoltà di Ingegneria Industriale ed Elettrotecnica, dove di laureò nel 1911.

Successivamente frequentò l’École Supérieure d’Aéronautique et Constructions Mécaniques di Parigi, grazie ad una borsa di studio. Quella specializzazione conseguita in un settore del tutto innovativo e moderno, in piena era futurista e di grandi trasformazioni tecnologiche, gli offrì la possibilità di una grande affermazione che egli colse subito al volo. Appena tornato in Italia, nel 1912, fu ammesso presso l’Ufficio tecnico del Battaglione Aviatori di Torino dove poté sviluppare la propria cultura aeronautica e dimostrare la sua grande vocazione di progettista. Partecipò personalmente a esperimenti di volo con i piloti collaudatori e, nel 1913, insieme al copilota Pietro Pattazzi, stabilì il primato italiano in altezza. Successivamente, il 9 settembre 1915, venne chiamato presso la Direzione Tecnica Aviazione Militare con mansioni di progettista dove ben presto diventò capo dell’Ufficio tecnico.

Alla Direzione Tecnica Aviazione Militare ( acronimo D.T.A.M .), dove, tra l’altro, lavorava anche il fratello Carlo, Ottorino ebbe modo di collaborare con un altro grande talento dell’ingegneria aeronautica: l’ingegnere di Popoli , Corradino D’Ascanio, destinato anche lui ad entrare nella storia italiana e mondiale come inventore dell’elicottero e del famosissimo scooter ‘Vespa’, quest’ultima divenuta un autentico mito nell’Italia della ricostruzione dopo l’evento bellico della seconda guerra mondiale. L’intesa tra i due ingegneri diede vita a un proficuo rapporto di collaborazione protrattosi per diversi anni. In quel periodo Ottorino Pomilio conobbe il capitano Umberto Savoja, anch’egli ingegnere aeronautico e insieme a lui progettò e costruì, nelle officine Mirafiori della FIAT, cinque prototipi di aeroplani che passarono alla storia dell’aeronautica con la sigla SP (Savoja - Pomilio). Alla fine del 1915, si dimise dalla DTAM per fondare a Torino, un’attività autonoma, la Società anonima per costruzioni aeronautiche Ing. O. Pomilio & C. della quale fu, nella fase iniziale, amministratore delegato, direttore tecnico e progettista. Il 10 luglio 1916, con il volo del prototipo del velivolo militare SP2, pilotato dal sergente Francesco Almerigi, inaugurò quello che è oggi conosciuto come il campo volo dell’Aeritalia.

Gli stabilimenti torinesi, a cui collaboravano anche i fratelli Amedeo, Alessandro ed Ernesto, oltre a D’Ascanio, produssero durante la Grande Guerra oltre 1500 biplani tra aerei da caccia, da ricognizione e da bombardamento. La Pomilio & C. divenne così fornitrice ufficiale della Real Casa . Sul finire della guerra, Ottorino Pomilio acquistò dal D’Ascanio il brevetto n. 32500 relativo al clinometro universale automatico per aeroplani, strumento necessario per conoscere l’angolo di beccheggio e di rollio di un aereo, e i velivoli militari progettati da Pomilio e D’Ascanio cominciarono a farsi conoscere anche oltre oceano. I prototipi denominati “Pomilio PD” e “ Pomilio PE” furono presentati nel 1917 alle autorità militari degli Stati Uniti che apprezzarono soprattutto il più moderno "Pomilio PE": fu questo a stabilire il record di velocità americano di allora con una velocità di 210 km/h su un percorso di 480 km. Nel 1918 il governo statunitense chiese ufficialmente a quello italiano di avere la collaborazione dei Pomilio , Ottorino accettò e, dopo aver ceduto il suo stabilimento all’Ansaldo, il 5 agosto 1918 sbarcò a New York per recarsi subito dopo a Indianapolis.

Qui fondò una nuova società, la Airplane Pomilio Brothers Corporation e – con la collaborazione dei fratelli Alessandro, Ernesto e Vittorio, di Corradino D’Ascanio e di una ventina di tecnici per lo più abruzzesi – costruì una fabbrica aeronautica nei locali della Allison Experimental Works. In pochi mesi il gruppo riuscì a realizzare due nuovi progetti di aerei militari, ma, nonostante gli iniziali apprezzamenti, la collaborazione con gli Americani non andò oltre il 1919. La società fu sciolta, e Pomilio lasciò gli Stati Uniti.

Concluso il conflitto, non riuscì nel programma di convertire la sua progettualità dal campo dell’aeronautica militare a quello per usi civili. Abbandonò, allora, definitivamente l’aeronautica per dedicarsi alla chimica, settore nel quale i fratelli Umberto ed Ernesto avevano già ottenuto un qualche successo nel 1920 con la Società Anonima Elettrochimica Pomilio, con sede in Napoli, produttrice di soda caustica e cloro necessari per ottenere la cellulosa . Con l’ingresso di Ottorino, la società diventò “Pomilio spa Cellulosa-Cloro-Soda” e sotto la guida di Umberto (n.1890-m.1964), grande chimico industriale specializzato in Germania, poté dare inizio all’esperimento per ottenere la cellulosa da fibre vegetali povere come paglia e sparto mediante il cloro.

Il procedimento, brevettato negli anni Venti, fu subito chiamato “metodo Pomilio”. A causa di problemi produttivi, nel 1933 la società finì sotto il controllo dell’IRI (Istituto per la ricostruzione industriale ) . In quella nuova società salirono al vertice Giuseppe Cenzato e Ottorino Pomilio come Vicepresidente . Il “ metodo Pomilio “ per la produzione della cellulosa con i vegetali ( paglia) riprese vigore grazie anche alla politica di stampo autorchico portata avanti dal regime fascista. Nel 1936, con il progetto redatto dallo stesso Ottorino Pomilio, fu aperto un nuovo stabilimento a Foggia .

Nel 1938, L’IRI, su direttiva del governo fascista, partecipò tra l’altro alla creazione della società CELDIT ( Cellulosa d’Italia ) creando nuovi stabilimenti tra questi quello di Chieti Fu creato nelle vicinanze dello stabilimento un quartiere residenziale per gli operai chiamato “"Villaggio Celdit", costituito da quarantotto palazzine bifamiliari, a due piani, con giardino e orto, e poi una piazza centrale con intorno tre palazzine, di cui una con porticato, che la chiudevano da tre lati e con altri due edifici, con più appartamenti sul lato della strada statale Tiburtina Valeria.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale venne a ostacolare i piani della società e solo le fabbriche di Chieti, Cuneo e Mantova riuscirono ad avviare la produzione. A causa dei danni generati dai bombardamenti, lo stabilimento di Chieti fu semidistrutto. Nel dopoguerra Ottorino Pomilio si prodigò alla ricostruzione della fabbrica come amministratore delegato della CELDIT, sia nella fase progettuale sia in quella esecutiva, lottando, da leone qual era, contro le molte resistenze interne alla stessa società. Lo stabilimento riaprì solo nel gennaio 1948. Dopo settant’anni di attività e diverse vicissitudini gestionali, lo stabilimento chiuse e, nel nell’ottobre 2008, fu abbattuto, senza lasciar alcuna traccia, se non un’ala degli uffici amministrativi e la villetta residenziale del direttore.

La tradizione imprenditoriale familiare continua, tuttavia, da oltre sessant’anni nel campo della pubblicità e della comunicazione tramite la Società “Pomilio Blumm” con sede in Pescara, grazie prima ai figli di Amedeo, Oscar e Gabriele ed ora grazie agli ultimi eredi, Franco e Massimo.

Arturo Cauli